martedì 23 giugno 2015
Agnes Heller da Lukacs a Obama
“Da profughi a nuovi cittadini l’Europa impari dal sogno americano”
Le
idee. La filosofa ungherese Agnès Heller: “Serve una svolta come quella
di Obama, che ha regolarizzato tre milioni di migranti. Noi invece li
temiamo”
di Andrea Tarquini Repubblica 23.6.15
BUDAPEST. «Quando vedo quei poveretti esausti, penso a me giovane,
perseguitata perché ebrea. Le democrazie ci negarono l’asilo, papà morì
ad Auschwitz». Agnès Heller, filosofa ungherese, ci parla dei migranti e
della grande paura dell’Europa.
Professoressa Heller, l’ondata dei migranti investe e spaventa anche il suo Paese. Lei che cosa ne pensa?
«Primo, distinguiamo tra rifugiati e migranti. È dovere morale d’ogni
cittadino d’Europa accettare almeno temporaneamente i rifugiati: nei
Paesi d’origine la loro vita è in pericolo. Proprio noi europei abbiamo
esperienze atroci di rifugiati cui l’asilo fu negato. Vissi gli anni in
cui la metà dei 640mila ungheresi vittima della Shoah avrebbe potuto
salvarsi, se abbastanza democrazie li avessero accolti. Quella dei
migranti è un’altra storia».
E come affrontarla?
«Primo, occorre determinare chi può restare e chi no. Pensando a una
nuova etica: è giusto forse favorire le famiglie giovani con figli. L’Ue
e ogni suo Paese membro devono elaborare principi-guida. Secondo:
smettiamola di vedere nei migranti potenziali terroristi. È falso. I
terroristi entrati in azione negli Usa e in Europa non lo hanno mai
fatto come rifugiati o come migranti, erano legalmente residenti. Quello
del terrorismo è un timore infondato, usato da certi governi, quello
ungherese ma non solo, contro lo straniero o chi è diverso da noi.
Terzo, il migrante deve poter sperare di divenire cittadino. È
indispensabile però porgli condizioni chiare».
Quali?
«Rispettare le leggi del Paese d’arrivo. Non possono praticare
tradizioni che contraddicano le leggi dello Stato d’accoglienza. Devono
capire che da noi è un crimine grave che un padre uccida una figlia
decisa a scegliersi da sola il compagno. Devono assumere le nostre
regole e abitudini d’igiene e comportamento a casa e in strada. Ma il
vero problema è l’Europa, non i migranti. Obama ha dato cittadinanza a
tre milioni di immigrati illegali. Ora si sentono patrioti americani. In
Europa i migranti hanno uno status diverso».
Perché?
«L’Europa non sa cogliere il successo dell’integrazione di tanti
migranti con le loro energie, perché è composta di Stati nazionali.
L’America è Stato nel senso di comunità di cittadini. Lo Stato nazionale
fu fondato, e vinse definitivamente nel 1918, inventando il
nazionalismo e l’esclusione, lo sciovinismo. Prima dei fascismi e del
totalitarismo comunista, quei valori vinsero sull’internazionalismo dei
movimenti operai e sulla borghesia cosmopolita. E ci portarono a due
guerre mondiali. I migranti divenuti americani amano l’America. In
Europa, tanti migranti divenuti francesi odiano la Francia. Per
l’America sei un buon cittadino anche se non parli inglese ma spagnolo o
cinese. L’Europa chiede di assimilarsi, non solo d’integrarsi».
Non le sembra che l’Unione europea abbia cambiato questo approccio?
«La Ue conduce una guerra contro l’egoismo degli Stati nazionali, è la
prima grande svolta. Ma non può trattare i migranti da stranieri alieni
come fecero gli Stati nazionali con Stefan Zweig, che trovò asilo solo
in Brasile e poi si tolse la vita, lui narratore del
Mondo di ieri mitteleuropeo».
Non c’è un umore antistranieri un po’ovunque?
«Sì, innanzitutto per motivi economici. Quasi tutte le democrazie
liberali europee sono giovani, alle spalle hanno dittature. Solo Usa,
Regno Unito e Paesi scandinavi non hanno mai sentito bisogno d’un uomo
forte. La crisi economica accende negli europei la paura di perdere, a
causa dello straniero, non solo il lavoro, anche l’identità. La Francia
terra d’asilo è divenuta Paese del rifiuto reciproco tra francesi e
migranti. Troppi partiti e governi europei pescano voti nelle emozioni
della gente. La democrazia liberale rischia derive autocratiche, e nuovi
barbari: “noi” europei, “loro” migranti. Deve reinventarsi accettando
culture che non la contraddicano ».
Non teme per l’anima dell’Europa?
«I nuovi nazionalisti minacciano la tradizione democratica europea. Non è
la prima minaccia nel Dopoguerra: terrorismo rosso o nero, Berufsverbot
a Bonn, dittature a Lisbona, Madrid, Atene… le idee fondate
sull’esclusione non sono mancate. Ora il rifiuto dei migranti è la nuova
sfida. La democrazia liberale produce sempre minacce a se stessa,
Dobbiamo rifondarla ogni volta: ora tocca farlo rapportandoci con
milioni di persone in fuga. Guai quando i partiti democratici cercano
consenso copiando gli slogan xenofobi. Devono anche porre condizioni
severe ai migranti, ma non ispirarsi ai populisti per contendere loro il
consenso».
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