lunedì 11 gennaio 2016

Ancora su «Stato, grande spazio, Nomos»: Mezzadra



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Schmitt, forme dell’Impero nella finis Europae

«Stato, grande spazio, Nomos» da Adelphi. Il disorientamento del grande giurista che aderì al nazismo in un mondo in cui la politica e il diritto si erano ormai congedati dall’ancoraggio alla «terra»

di Sandro Mezzadra Il manifesto Alias 10.1.16
Basata su due raccolte pubblicate negli scorsi anni in Germania a cura di Günter Maschke, esce ora da Adelphi un’ampia antologia di testi di Carl Schmitt titolata Stato, grande spazio, nomos (a cura di Giovanni Gurisatti, Adelphi, pp. 527, euro 60,00) che intende documentare sua la produzione «internazionalistica», negli anni che precedono e seguono la pubblicazione del Nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum». La ripresa della prima edizione del celebre saggio dedicato a Il concetto del politico, datata 1927, ha più che altro il senso di rendere evidente la cesura che nella riflessione di Schmitt si determina quando, nella seconda metà degli anni trenta, il suo interesse comincia a rivolgersi in modo prioritario al diritto internazionale – sulla base di una riflessione sul rapporto tra spazio e diritto, «ordinamento» e «localizzazione», che troverà proprio nel Nomos della terra la sua articolazione più sistematica.
Degli scritti di Schmitt raccolti da Gurisatti – che portano in epilogo le premesse di Günter Maschke all’edizione originale – scritti tutti già editi in italiano, benché non facilmente reperibili, i più interessanti sono due ampi studi pubblicati negli anni della seconda guerra mondiale: il «contributo sul concetto di impero nel diritto internazionale» intitolato L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale (del 1941, ma la prima edizione è del ’39) e il saggio Mutamento di struttura del diritto internazionale (del 1943), che consentono di cogliere con precisione l’origine della riflessione di Schmitt sul rapporto tra spazio e diritto nella temperie della guerra, tentando di costruire un quadro d’insieme al cui interno collocare e legittimare le politiche espansioniste tedesche.
L’adesione di Schmitt al nazismo (sia pure in una peculiare interpretazione del suo significato e dei suoi obiettivi) appare qui eclatante, e il lettore vi troverà ampie tracce del suo noto antisemitismo; ma non perciò questi testi sono meno interessanti. La seconda guerra mondiale, in cui «su tutto il pianeta si lotta per l’ordinamento della terra intera», si presenta agli occhi di Schmitt come momento decisivo all’interno di un processo di più lungo periodo, caratterizzato dalla crisi dello Stato come unità essenziale di riferimento e organizzazione della politica. È un punto che appare chiaro proprio assumendo la prospettiva del diritto internazionale: le «grandezze fautrici e artefici della coesistenza tra i popoli», si legge nello studio dedicato al concetto di impero, «non sono più, come nel XVIII e XIX secolo, Stati, bensì Reiche, ‘imperi’». E l’impero è la forma in cui si presenta «il legame tra grande spazio, popolo e idea politica», ovvero il principio fondamentale attorno a cui Schmitt immagina l’articolazione di un nuovo nomos, di un nuovo ordinamento complessivo su scala globale.
Il concetto di «grande spazio», collegato nella propaganda e nelle politiche naziste a quello di «spazio vitale», indica per Schmitt in primo luogo un «coerente ‘spazio operativo’»: è «un ambito della pianificazione, dell’organizzazione e dell’attività umana che nasce da una tendenza generale dell’attuale sviluppo». Oggi lo si definirebbe uno spazio logistico o infrastrutturale, considerata l’importanza che Schmitt assegna – all’origine dell’emergere della «economia dei grandi spazi» – alle questioni relative allo «sfruttamento razionale della varietà degli impianti per la produzione di energia» e alla necessaria «collaborazione pianificata tra vaste reti di elettrodotti e gasdotti». Attorno allo sviluppo di queste e altre infrastrutture prese avvio – a suo giudizio a partire dalla prima guerra mondiale, «in un periodo di impotenza dello Stato» – «un processo organizzativo di importanza generale» che non ha ancora trovato una forma politica e giuridica adeguata. L’impero, nella prospettiva di Schmitt, era precisamente questa forma, che stava sorgendo nel vecchio continente al ritmo travolgente – e per lui, almeno nel ’41, inarrestabile – in cui l’esercito tedesco avanzava nell’Europa centrale e orientale.
La nozione di «spazio operativo» è indubbiamente molto interessante (in particolare laddove si tenga conto dell’enorme rilievo che il tema delle infrastrutture ebbe nell’avvio del processo di integrazione europea dopo la guerra). Ma che cos’è un «impero», per Schmitt? Imperi, per lui, «sono le potenze egemoni, la cui idea politica s’irradia in un grande spazio determinato, e che per questo spazio escludono per principio gli interventi di potenze esterne». La «dottrina Monroe», proclamata dagli Stati Uniti nel 1823, rappresentò in quegli anni per Schmitt un modello del principio di non intervento, in cui individuava uno dei cardini della possibile nuova articolazione del pianeta in una pluralità di «grandi spazi» imperiali.
Nel saggio del 1943 sul Mutamento di struttura del diritto internazionale, comprensibilmente più cauto rispetto alle sorti future della guerra, un’attenzione particolare è quindi dedicata allo «sconfinamento» degli Stati Uniti, al «passaggio dalla terra al mare» delle pretese egemoniche del «nuovo Occidente». Già costretta a fronteggiare a Oriente l’«universalismo» rivoluzionario della Russia sovietica, la Germania si trovava ora, dopo l’intervento americano, a fare i conti con una politica espansionista di tipo nuovo, il cui carattere «marittimo» e la cui tendenza globale non erano riconducibili al progetto schmittiano dei «grandi spazi», saldamente ancorato al primato della «terra».
Questo primato della «terra», la «casa» della politica e del diritto opposta alla «nave» che solca i «mari» della tecnica, sarebbe rimasto costante negli scritti di Schmitt all’indomani della seconda guerra mondiale, di cui il lettore può trovare un’ampia selezione in Stato, grande spazio, nomos. Di nuovo, non mancano testi di indubbio interesse, come ad esempio il Dialogo sul partigiano (del 1970) con il maoista Joachim Schickel o il lungo saggio dedicato a Clausewitz come pensatore politico (del 1967). Ma in particolare, leggendo gli interventi più direttamente legati ai temi del Nomos della terra è difficile sottrarsi all’impressione che Schmitt, come scrive Gurisatti nella sua introduzione, smarrisca qui «la leggendaria vocazione per le ‘formulazioni nette’, limitandosi ad accenni, allusioni, esigenze, auspici».
I toni di Schmitt si fanno malinconici, la sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale si sovrappone alla finis Europae in uno scenario complessivamente contraddistinto dalla cifra del «tramonto». La radicata ostilità di Schmitt all’«universalismo» anglo-americano può certo regalare qualche battuta corrosiva sull’«umanitarismo» come copertura della politica di potenza, così come le sue analisi del «nichilismo della tecnica» potranno apparire di tanto in tanto preveggenti. Ma è evidente che il grande giurista (e il grande contro-rivoluzionario, per usare una definizione che non gli sarebbe dispiaciuta) faticava ormai a orientarsi in un mondo in cui la politica e il diritto avevano preso congedo dall’ancoraggio alla «terra». Schmitt rimane, secondo la tesi più volte avanzata da Carlo Galli, uno straordinario interprete dell’epoca dello jus publicum europaeum e della crisi della forma politica attorno a cui quell’epoca si è organizzata, ovvero dello Stato moderno. I nuovi assemblaggi di «territorio, autorità e diritti» (per citare il titolo di un libro di Saskia Sassen), che cominciarono a emergere proprio con la fine della seconda guerra mondiale per dispiegarsi compiutamente nel tempo della globalizzazione e delle «reti», gli rimasero tuttavia sempre estranei e oscuri.
La ricerca di un «nuovo nomos», di un nuovo pluralismo dei grandi spazi nell’età del bipolarismo può ancora una volta risultare anticipatrice di questioni che si presentano oggi, nella crisi dell’unilateralismo statunitense. Ma Schmitt non è soltanto parco di indicazioni sulla concreta organizzazione giuridica e politica di questi spazi: non si liberò mai della convinzione che ogni grande spazio dovesse organizzarsi attorno a una «terra» intesa come principio di una sostanziale omogeneità culturale ed «etnica» – trasfigurazione, in fondo, di quell’«idea politica» che negli anni della guerra vedeva incarnata nelle politiche espansioniste del terzo Reich. Vecchie e nuove destre (e magari anche qualche teorico «rosso-bruno») possono a buon diritto trovare fonte di ispirazione in questo Schmitt; di certo non può trovarne, invece, chi tenta di ripensare la stessa articolazione degli spazi politici e giuridici (di quello europeo in primo luogo) a fronte delle inedite condizioni di mobilità in cui si gioca nel nostro presente la reinvenzione del nesso tra libertà e uguaglianza. 

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