mercoledì 10 febbraio 2016

I cani da guardia del dirittumanismo sono la peggiore pubblicità per il riconoscimento delle unioni di fatto


Etica e desiderio, un conflitto simulato

Il diritto di tutti ad avere diritti. Le unioni civili, una grande questione di uguaglianza e di pari dignità

di Luigi Manconi il manifesto 10.12.16
La discussione pubblica e il dibattito parlamentare sulle unioni civili sono sovrastati e deformati da quello che chiamerei un Conflitto Simulato che opporrebbe due schieramenti totalmente fittizi.
L’uno è quello di coloro che si propongono come titolari esclusivi di valori forti, di una robusta concezione morale e di principi non rinunciabili e non negoziabili; l’altro è lo schieramento di quanti, al più, tutelerebbero interessi circoscritti e parziali, propri di una minoranza, o, comunque, di una sommatoria di minoranze.
In altri termini, una controversia tra una concezione ad alta intensità valoriale e una tutta concentrata sull’acquisizione di diritti. Da una parte, di conseguenza, l’etica, dall’altra il desiderio. Per un verso, una lettura ispirata da considerazioni morali e, per altro verso, una dettata da una visione edonistica, consumistica e, alla resa dei conti, egoistica.
In questo schema, naturale e morale sono categorie che si alimenterebbero a vicenda, indifferenti alle enormi trasformazioni che hanno conosciuto le società umane e, al loro interno, le forme di vita e le concezioni dei rapporti tra i sessi, tra le generazioni e tra genitori e figli. Il che spiega anche il reiterato ricorso al concetto di «antropologia». Quando una personalità autorevole come il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, afferma che «la famiglia è un fatto antropologico, non ideologico», si avverte la sensazione che si tratti in realtà di una semplice interpretazione culturale, motivata da preoccupazioni di ordine generale, che esulano dal tema trattato. E che ha come esito la trasformazione della stessa categoria di antropologia e del suo paradigma scientifico, in una sorta di sistema chiuso, connotato da rigidità e incapace di registrare le trasformazioni avvenute e quelle in atto, e destinato, a sua volta, a farsi dispositivo ideologico.
D’altra parte, il risultato di quel Conflitto Simulato può essere rovinoso. Intanto perché toglie alla mobilitazione per l’affermazione dei diritti la sua ispirazione più profonda e la sua base più solida, quella che si affida in ogni caso a principi morali e a valori condivisi: ancorché differenti da quelli, di origine religiosa, nei quali si riconosceva, fino a qualche decennio fa, la maggioranza della società nazionale. E, infatti, come non vedere che, a ispirare la richiesta di riconoscimento dell’unione civile è – può essere – un’istanza morale? Cos’altro è, se non questo, quella ricerca di reciprocità, mutualità, affidamento, vicendevole supporto, stabilità, continuità nel tempo e, ancora, coniugalità e genitorialità? Non costituisce, tutto ciò, il fondamento morale di una relazione e un fattore capace di contribuire al rafforzamento della coesione sociale? Se così non intendessimo, finiremmo col ridurre la morale a una sorta di lettura rinsecchita e rattrappita della precettistica autoritaria più convenzionale.
Quanto detto finora subisce, proprio in queste ore, una offensiva assai insidiosa, che si traduce nell’ipotesi di amputare il disegno di legge Cirinnà di una sua parte significativa, stralciando il capitolo sulle adozioni. Dietro una simile ipotesi si può scorgere un approccio che definirei economicistico. Una sorta di neutralizzazione del contenuto morale del rapporto di coppia omosessuale e una sua riduzione a mero contratto privato. Un’impostazione che prevede esclusivamente la concessione – il termine è appropriato – delle garanzie materiali e sociali. Ovvero quelle previdenziali, patrimoniali, ereditarie, assicurative e fiscali: diritti primari legittimi, addirittura sacrosanti, che vanno tutelati, ma che non esauriscono certo l’intera e complessa dimensione della soggettività. E che, soprattutto, tradiscono un’idea gravemente riduttiva della identità dell’omosessuale. Egli non viene visto, in quella concezione economicistica, come un cittadino intero e come una persona intera, titolare di una dignità piena, senza deroghe e senza eccezioni. Al contrario, viene considerato come una persona parziale e dimidiata. In altre parole, è come se a quel quasi-cittadino si proponesse uno scambio: diritti materiali e garanzie sociali in cambio della rinuncia al pieno riconoscimento giuridico-morale: e a quei requisiti che costituiscono il tratto saliente della irripetibile personalità umana e della sua unicità. Ovvero il diritto al sentimento e all’affettività, alla pienezza emotiva e alla sessualità, alla condizione di coniuge e di genitore: e all’aspirazione a quel pezzo di felicità condivisa, per quanto precaria e gracile, che ci è consentita in questo nostro mondo.
Da tutto ciò discende che, quello delle unioni civili, è certamente un tema di notevole e delicata rilevanza, che richiama dilemmi etici e visioni del mondo: ma è, in primo luogo, una grande questione di uguaglianza e di pari dignità. E quella che può apparire come una problematica di pochi – decisamente minoritaria sotto il profilo statistico – si rivela, infine, come un’importante questione di libertà di tutti. Siamo in presenza, cioè, di una classica controversia sul diritto ad avere diritti. Ovvero sul fondamento stesso dell’idea di democrazia.

Un esame di civiltà per il Parlamento

Il diritto deve abbandonare la pretesa autoritaria di impadronirsi della vita delle persone

di Stefano Rodotà Repubblica 10.2.16
LA STRADA fin troppo lunga verso un primo significativo riconoscimento delle unioni civili continua a incontrare ostacoli visibilmente pretestuosi anche quando si fa appello a grandi principi. È accaduto con la critica all’utero in affitto, con l’invocazione dei diritti dei minori e, infine, con il richiamo della libertà di coscienza.
MA la prova politica che comincia oggi in Parlamento deve liberarsi da strumentali richiami che vogliono impedire ancora una volta un risultato di civiltà della cui importanza e urgenza i cittadini sono ormai ben consapevoli.
La parola “coscienza” incontra sempre più spesso, e spesso ambiguamente, la politica. Per ragioni tra loro diverse. La volontà di affermare una forte convinzione morale o religiosa, l’intenzione di manifestare un dissenso politico, il fine di differenziarsi e di tenere vivo il pluralismo. È la rivendicazione di una libertà di scelta diversa dalla linea del partito o della maggioranza del gruppo parlamentare al quale si appartiene.
Una rivendicazione che non sempre viene accolta. Ce lo ricorda la vicenda di alcuni senatori del Pd che, durante la discussione sulla riforma costituzionale, chiesero di votare in maniera difforme dalla linea del partito, e si trovarono sostituiti nella commissione dove le votazioni si sarebbero svolte. Ma abbiamo appena assistito ad un apprezzamento della libertà di coscienza nelle variegate indicazioni sulle unioni civili, com’è accaduto, tra mille polemiche, per i senatori del Movimento 5Stelle. Intanto, si dilata l’area dove la richiesta di libertà di coscienza si manifesta, da quando le questioni “eticamente sensibili” hanno cominciato ad occupare il proscenio della discussione pubblica. Così questa libertà è stata invocata anzitutto per i parlamentari chiamati a dare le regole nelle materie del nascere, vivere, morire, dei limiti e delle responsabilità della ricerca scientifica, alle quali si sono poi aggiunte le scelte in materia costituzionale.
Il bisogno di richiamare esplicitamente questa libertà nasce dalla crisi di una storica prerogativa del parlamentare, quella di esercitare “le sue funzioni senza vincolo di mandato” (così l’articolo 67 della Costituzione). Ma, liberati formalmente da quell’obbligo, gli eletti hanno poi conosciuto il ben più stringente vincolo rappresentato dall’appartenenza ad un partito che, in sede parlamentare, si trasforma nell’accettazione della “disciplina di partito”. Un vincolo che può essere sciolto solo dallo stesso partito, o gruppo parlamentare, che di volta in volta, e in casi ritenuti eccezionali, può lasciare liberi i suoi di votare come meglio credono. Ma che cosa diviene una libertà di coscienza concessa dall’alto, subordinata al permesso dei superiori? Quanti parlamentari sono disposti a portare fino in fondo la loro richiesta, che diventa una sfida, costi quel che costi?
Per rispondere a queste domande, bisogna riferirsi al contesto, mutevole, nel quale si discute di libertà di coscienza. Negli ultimi tempi si è manifestata una forte nostalgia per il vincolo di mandato. Lo ha fatto esplicitamente, fin dalle sue origini, proprio il Movimento 5Stelle. E si è proposto di riconoscere anche in Italia il diritto degli elettori di revocare il mandato a singoli parlamentari, com’è previsto in altri paesi (negli Stati Uniti, ad esempio, sia pure con limiti e applicazioni del tutto rare). Sono reazioni evidenti ad un trasformismo parlamentare scandaloso e davvero senza precedenti, frenato in un passato neppure troppo lontano dall’esistenza dei partiti di massa e dalle forti connotazioni ideali che ne costituivano il cemento. Scomparsi quei partiti, sostituiti da oligarchie con bassa legittimazione popolare, ecco riemergere un bisogno di rapporto diretto tra elettori e eletti, per garantire un controllo sull’azione dei parlamentari e per inserire così proprio un embrione di democrazia diretta nel contesto in crisi di quella rappresentativa. Non a caso i parlamentari 5Stelle sono definiti “portavoce”, e non “rappresentanti” dei cittadini.
Il tema della libertà di coscienza deve essere valutato in questo quadro di tensione tra difesa dell’autonomia del parlamentare (non posso “portare il cervello all’ammasso”, si diceva un tempo), coerenza dell’azione politico-parlamentare e suo controllo diffuso. Dobbiamo concludere che, in questa dimensione, la coscienza individuale ha le sue ragioni che la ragion politica non conosce?
Diciamo piuttosto che siamo di fronte alla necessità di ripensare lo stesso ruolo del parlamentare, per il quale la libertà nel voto può essere un modo per arricchire la discussione pubblica. Si tocca così il nodo aggrovigliato del voto segreto, sempre più presentato come un ostacolo alla trasparenza e alla moralità del parlamentare. Ricordiamo, però, che il parlamento italiano è diventato, e rischia di rimanere, un parlamento di nominati da una élite ristretta, sempre più incline a premiare la fedeltà e a restringere ogni possibilità di dissenso. So bene che uno spazio sottratto all’occhio dell’opinione pubblica è assai più luogo di imboscate e di manovre inconfessabili che opportunità per l’agire libero. Ma possiamo risolvere un problema reale negando che esista?
Vero è che gli impegni assunti dai partiti nei confronti dei cittadini che li hanno votati esigono poi comportamenti collettivi in grado di rispettarli, sì che non tutto può essere rimesso alla variabile opinione del singolo parlamentare. È comprensibile, quindi, che vi sia una valutazione politica dei casi in cui le ragioni della coscienza individuale possono prevalere sull’omogeneità dei comportamenti di gruppo. Ma quando le decisioni parlamentari diventano norme che incidono direttamente sull’autonomia delle persone nel governare la loro vita, la questione della libertà di coscienza deve essere considerata anche, o soprattutto, da un diverso punto di vista.
Qui la libertà da tutelare è, in primo luogo, quella della persona che deve compiere le scelte di vita. Il problema, allora, non riguarda la libertà di coscienza di chi stabilisce le regole: investe la legittimità stessa dell’intervento legislativo in forme tali da cancellare, o condizionare in maniera determinante, quelle scelte. Altrimenti si determina una asimmetria pericolosa: la libertà di scelta dei legislatori può divenire massima, quella dei destinatari della norma minima.
Il diritto deve abbandonare la pretesa autoritaria di impadronirsi della vita delle persone, di espropriarle del diritto fondamentale all’autodeterminazione. La politica, prima di preoccuparsi del dosaggio della quantità di libertà di coscienza somministrabile ai parlamentari, dovrebbe seriamente chiedersi se una materia affrontata rientri pienamente nella sua competenza o se questa spetti in primo luogo ai diretti interessati. E, in questo caso, fermarsi, senza doversi poi porre aggrovigliati e impropri problemi di libertà di coscienza. La discussione sulle unioni civili si sarebbe giovata assai di questa consapevolezza.
Questa linea non è volta a confinare ciascuno nella sua sfera privata, ma pone in modo corretto il rapporto tra sfera privata e sfera pubblica che, per essere riconosciuta, non deve affidarsi alla propria invadenza. Al contrario, la sua legittimità deriva in primo luogo dal rispetto per la competenza delle persone. Martha Nussbaum, concludendo la sua appassionata analisi della libertà di coscienza americana, ci ricorda che «l’eguale libertà di coscienza è difficile da creare, e ancor più difficile da realizzare ». Punto cardine del modo laico d’intendere il rapporto del cittadino con l’intero sistema istituzionale. 

La missione laica di Paola Concia: “Così batteremo gli oscurantisti”
L’azione di lobbying in Senato: il premier? Bravissimo di Amedeo La Mattina La Stampa 10.2.16
Pantalone e giacca di velluto verde, scarpe di vernice a fiori, sciarpone arcobaleno girato un paio di volte attorno al collo, Paola Concia percorre come un grillo il salone di Palazzo Madama, attraversa corridoi, invita senatori e senatrici alla buvette, li arpiona, si informa, cerca di convincerli: sta facendo “lobbying” a favore delle unioni civili, la sua battaglia di una vita, quella per i diritti degli omosessuali. Paola è dovuta andare in Germania per vedere riconosciuto il suo amore. Nel 2011 ha detto «sì» a Ricarda Trautmann, criminologa di Colonia, che le ha risposto «ja» nel Comune di Francoforte. Alla cerimonia c’erano gli amici, i fratelli e pure le sue ex fidanzate.
È stata deputata del Pd fino al 2013, l’unica lesbica dichiarata in Parlamento, fa parte della direzione nazionale e non ha smesso di seguire da vicino i temi dell’omofobia e dei diritti civili dei gay (riuscì a far cambiare idea a Mara Carfagna, allora ministro per le Pari opportunità del governo Berlusconi).
Ora eccola qui al Senato in azione. Chiede lumi ad Anna Finocchiaro su come stanno andando le cose in aula, quali pericoli dentro i voti segreti che chiedono «i talebani della destra e del centro». Si ferma a parlare con la vicepresidente Valeria Fedeli, vede passare Anna Maria Bernini, vicecapogruppo di Fi. «Non ho avuto bisogno di convincerla, era già convinta: lei è un’illuminata», sorride Paola. Infatti di lì a poco la Bernini dirà in aula che voterà a favore della legge Cirinnà, adozioni comprese. Concia arpiona la senatrice del Pd Emma Fattorini, studiosa di storia della Chiesa contemporanea, della religiosità nelle società post-moderne e del culto mariano. La docente alla Sapienza di Roma fa parte del gruppo cosiddetto Cattodem che, in dissenso dal partito, sta presentando alcuni emendamenti per affossare la stepchild adoption. «La conosco da anni. Emma sostiene che l’adozione si tira dietro l’utero in affitto. Le ho spiegato che non è vero: è un errore enorme sovrapporre le unioni civili alla maternità surrogata. È una trappola culturale e politica organizzata da coloro che non voglio riconoscere nessun diritto alle coppie omosessuali. Purtroppo questo tarlo si è diffuso tra gli italiani». Emma Fattorini riconosce che non c’è automatismo, ma comunque la possibilità ci sarebbe: «E voglio evitarla in maniera assoluta, la maternità surrogata, e lo dico da femminista».
Paola sbuffa, allarga le braccia. «Ma come fa una come te a cadere in questa trappola culturale. Emma, dai, non puoi accodarti agli oscurantisti che avvelenano i pozzi. E poi perché lo stesso discorso non lo fate per le coppie eterosessuali sterili che ricorrono alla maternità surrogata dal 1983. Sì, perché una legge del 1983 riconosce l’adozione anche di figli procreati all’estero da altre donne». Emma ascolta, scuota la testa, abbraccia Paola, le dice: «Mi dispiace ma non mi hai convinta». Concia se ne va un po’ sconsolata: «Per fortuna che Renzi sta tenendo botta: nessun segretario del Pd e dei partiti di sinistra in cui ho militato, a partire dal Pci, è stato così determinato. Nonostante sia cattolico. Bravo».  

Un dibattito fuori dalla Storia
di Massimo Gramellini La Stampa 10.2.16
Da oggi il Senato si esprime sulle unioni civili e si divide sull’adozione del figliastro, che gli ossessionati dall’inglese chiamano stepchild adoption. Renzi, qui in versione di sinistra, ha deciso di non stralciarla dal disegno di legge Cirinnà, affidando la responsabilità di una eventuale bocciatura ai cattolici intransigenti del suo partito e a quelli del movimento Cinquestelle, cui Grillo ha lasciato libertà di coscienza.
Il rispetto per la buona fede di chi avversa l’adozione del figliastro è fuori discussione. Accanto agli opportunisti, ai moralisti incoerenti e ai talebani, la piazza del Family Day ospitava tante persone che sono sinceramente e profondamente convinte che i figli possano crescere solo con genitori di sesso diverso. Riconoscono che le famiglie cosiddette naturali non siano esenti da disfunzioni in grado di dare lavoro a psicanalisti e cronisti di nera, ma difendono il principio della loro unicità. 
E in nome di quel principio ritengono giusto vietare l’estensione di certi diritti, cioè di certe possibilità, ad altri esseri umani. 
I fautori della conservazione parlano, però, come se il disegno di legge in votazione al Senato plasmasse dal nulla una nuova realtà. Non è così. La «Cirinnà», con grave ritardo rispetto al resto d’Europa, si limita a regolare una situazione già esistente. In Italia ci sono centinaia di creature con un solo genitore biologico che ha un compagno o una compagna del suo stesso sesso. Cosa succederebbe se il genitore morisse e l’adozione del figliastro da parte del partner non entrasse in vigore? Che quei bambini e adolescenti verrebbero strappati alla famiglia che li ha cresciuti e ributtati sulla giostra degli orfanotrofi. 
Prima di dare qualsiasi risposta è sempre utile capire quale sia la domanda. E qui la domanda è: quei bambini vanno tutelati, sì o no? Se uno ha la forza di dire no, ha una posizione diversa dalla mia - il che può essere un titolo di merito - ma anche da quella della stragrande maggioranza delle nazioni occidentali, dove l’adozione del figliastro è da tempo un’ovvietà che non ha affatto disintegrato la famiglia tradizionale, tanto è vero che in quei Paesi nascono molti più figli che nel nostro. E forse nascono perché l’attenzione verso la famiglia tradizionale si esprime in politiche fiscali e servizi sociali adeguati. Non limitandosi a impedire ad altre famiglie di esistere.
La contrapposizione tra guelfi e ghibellini del sesso è fuori dalla Storia e ormai anche dalla cronaca. In una democrazia i diritti non si elidono, si aggiungono. Concederne alle coppie gay non significa sottrarne a quelle etero. Significa prendere atto della vita vera e delle sue diversità. Avendo coscienza che certi processi sono ineluttabili e vanno solo armonizzati e regolati. La macchina dei diritti civili prevede il freno, ma non la retromarcia. 

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