Serri è stata trotzkista da giovane? [SGA].
Mirella Serri: Un amore partigiano, Longanesi
Risvolto
Manca poco all'alba del 28 aprile
1945. Due giovani donne, Gianna e Clara, viaggiano nei dintorni del lago
di Como su una 1100 nera con il serbatoio quasi a secco, sotto una
pioggia battente. Un destino comune unisce la bionda partigiana
ventiduenne che ha ancora sul corpo i segni delle torture dei
nazifascisti e la bruna amante di Mussolini: per entrambe è stata
pronunciata una sentenza di morte. Sullo sfondo delle drammatiche
giornate che precedono la fine della guerra, il nuovo libro di Mirella
Serri ripercorre le ultime ore di vita di Claretta Petacci e le
traversie di due partigiani, Gianna e Neri, che dopo aver dato un
fondamentale contributo alla cattura del Duce e della sua donna finirono
giustiziati dai loro stessi compagni di lotta. Nel tirare le fila di un
fosco mosaico fatto di passioni e di ingiustizia, l'autrice ricuce un
vero e proprio strappo nel racconto della storia patria, i cui
responsabili sono rimasti impuniti e che nel dopoguerra è riuscito
persino a cancellare la memoria delle due vittime, Gianna e Neri. In una
ricostruzione che rivede radicalmente alcuni diffusi stereotipi sulla
Petacci, rivelandone l'antisemitismo, l'ambizione e la mancanza di
scrupoli, si dipana il racconto di una storia d'amore che si svolge
nell'arco di sei mesi, fra sospetti, omissioni, delazioni, tradimenti,
torture. Riportando alla luce, a settant'anni dai fatti, una vicenda che
rappresenta una ferita ancora aperta nella storia della Resistenza.
Nel libro di Mirella Serri la storia del comandante partigiano e della staffetta uccisi perché amanti e perché sapevano chi aveva preso l’oro di Dongo
Marcello Sorgi 162 11-04-2014 la stampa 28/29
"Quei compagni disobbedienti eliminati dai partigiani rossi"
Un libro spezza la cappa di silenzio sulla vicenda di "Gianna" e "Neri" uccisi dopo i fatti di Dongo. Anche l'Anpi ha cancellato i loro nomiRoberto Festorazzi - il Giornale Mar, 06/05/2014
Come Ben e Claretta. Ma partigiani
Gianna e Neri, ribelli uccisi dall’avversione dei compagni
di Pierluigi Battista Corriere 11.6.14
Mirella Serri è una studiosa di letteratura che ha scoperto con il tempo una vena di storica capace di padroneggiare documenti e testimonianze e di dare nuove interpretazioni a momenti cruciali della vicenda culturale nazionale. Ora, con Un amore partigiano (Longanesi, pp. 224, e 16,40), la Serri intreccia narrativa e storiografia con il gusto letterario del dettaglio anche psicologico e la ricostruzione di una storia sinora dimenticata nell’epopea della Resistenza. I soliti, arcigni sacerdoti del dogma potranno gridare per l’ennesima volta allo scandalo e si mostreranno indignati per la profanazione. Ma nelle pagine di Mirella Serri non c’è nessuna profanazione, nessun giudizio storico viene rivoltato, nessuna attenuazione viene a nascondere o minimizzare le turpitudini commesse dalle bande che spadroneggiavano nella Repubblica di Salò. Viene invece raccontata una storia straordinaria di politica e di passione, di tradimenti e di soprusi, di spietatezza e di vendette che si consumano nei luoghi e nei giorni in cui Benito Mussolini verrà raggiunto e giustiziato insieme alla sua Claretta Petacci: un amore partigiano perseguitato nel crepuscolo violento dell’epoca fascista.
I due protagonisti del romanzo storico di Mirella Serri sono i partigiani Gianna e Neri. Sono antifascisti, comunisti, animatori della Resistenza, apprezzati e ammirati dai loro compagni con cui dividono la lotta clandestina. Non tutti i compagni li ammirano però: i più grigi maggiorenti del partito comasco e lombardo non li apprezzano, diffidano del loro ardore, deplorano l’amore che li unisce, fuori dagli schemi convenzionali che la morale del tempo considera invalicabili. Sospettano di due giovani liberi, poco inclini alla disciplina dottrinaria, ardimentosi, nient’affatto lugubri.
Nel fuoco dell’attività partigiana i detrattori di Gianna e Neri non fanno che diffondere tra i loro compagni un’avversione inspiegabile per i due amanti, un’ostilità aspra e dura che nemmeno nella febbre epica di una grande battaglia della libertà riuscirà a sciogliersi. Poi arriva il dramma, che la Serri racconta senza omettere nessun dettaglio terrificante. I due protagonisti dell’«amore partigiano» vengono catturati (presi per qualche soffiata?), trascinati nella Casa del Fascio progettata dal grande architetto Terragni e adibita a luogo di tortura dai complici italiani del sadismo nazista. Qui vengono sottoposti a sevizie inenarrabili. Gianna viene picchiata, violentata, rinchiusa in un armadio disgustoso dove hanno campo libero topi e scarafaggi. Neri è torturato con crudeltà inaudita, riesce a scappare, ma la sua fuga viene paradossalmente usata dai nemici del movimento partigiano per denunciarlo come traditore, come uno che ha ceduto agli aguzzini e ha «parlato».
Non è vero. Ma il partito dei persecutori interni alla Resistenza riesce a far spiccare una condanna a morte per Neri e per Gianna. La vendetta interna al movimento partigiano riesce a strappare un verdetto scandalosamente privo di ogni aggancio con la realtà e con il diritto a difendersi di chi è stato raggiunto da sospetti infamanti.
La forza narrativa del libro di Mirella Serri riesce a intrecciare i destini di due «coppie» che stanno agli antipodi in questo culmine drammatico della storia italiana. A pochi chilometri di distanza un Mussolini cupo, lugubre, alla fine della sua parabola politica, praticamente tenuto prigioniero dai tedeschi in una villa sul lago di Garda, vive la sua storia sempre più tempestosa con Claretta. La fine è vicina, ma Mussolini sente di doversi aggrappare alla sua esuberanza mascolina per segnare una supremazia che oramai non è più scontata. E lei, Claretta, si avvia inconsapevole verso il cruento epilogo che la porterà insieme a Ben, dentro una tragedia in cui non mancheranno momenti di atrocità e di dolore. Saranno i giorni che porteranno all’assassinio di Neri, e poi di Gianna. Nei giorni della Liberazione dell’Italia, un duplice efferato delitto insanguina la Resistenza che trionfa. Ma per anni, anzi per decenni, la sorte di Neri e Gianna verrà occultata, tenuta nell’ombra di un dramma che doveva essere cancellato. Come se la verità di quel duplice assassinio, dentro un’atmosfera corrusca di vendette, rese dei conti e giustizia sommaria, potesse «infangare» la guerra di liberazione. Come se la rappresentazione mitologica di una Resistenza granitica e segnata da una purezza incontaminata non dovesse essere messa in discussione da delitti che richiedono una spiegazione convincente da tanti anni.
Questa storia oggi viene riscritta da Mirella Serri. Un riconoscimento che non risarcirà le famiglie di due caduti della lotta partigiana infamati e barbaramente uccisi dai loro stessi compagni. Ma che permette di rileggere quel passaggio drammatico della storia italiana con occhi più penetranti e meno offuscati dalla faziosità ideologica e dall’omertà politica.
Una militanza fatale
Novecento. «Un amore partigiano», il libro di Mirella Serri che racconta la storia oscura di Gianna e Neri, uccisi dai loro stessi compagni e scomparsi nel nulla
Angelo Mastrandrea, 3.7.2014 il Manifesto
Quella di Gianna e Neri è una storia oscura della Resistenza. La ricostruzione appassionata che ne fa Mirella Serri (Un amore partigiano, Longanesi, pp. 217, euro 16,50) consegna al lettore un’empatia forte con i due protagonisti: lei, all’anagrafe Giuseppina Tuissi, che diventa partigiana dopo che i fascisti uccidono il fidanzato, torturata a sua volta in una prigione di Salò, addetta all’inventario del cosiddetto «oro di Dongo» sequestrato ai gerarchi, accompagnatrice di Claretta Petacci nel suo ultimo viaggio (e l’amante di Mussolini viene dipinta come una donna antisemita, ambiziosa e priva di scupoli, smontando ogni stereotipo assolutorio); lui, vero nome Luigi Canali, a capo della Brigata Garibaldi che arrestò il Duce, secondo qualcuno l’uomo che diede il colpo di grazia al gran capo del fascismo (ma per le cronache l’esecutore materiale fu un altro partigiano, Walter Audisio, che a più riprese ha raccontato come avvenne l’esecuzione).
L’autrice ne sposa la causa e aderisce all’idea che tra i due ci fosse più che una comunanza politica, un’ipotesi suffragata dalle parole della vedova di Canali quando, nel 2002, il Comune di Como ha inaugurato una scalinata intitolata ai due combattenti per la Liberazione dal nazifascismo: «Per quel che mi riguarda, Gianna è la donna che mi ha portato via un marito che mi amava».
Ma è soprattutto una storia dal tragico finale, che racconta delle opacità e delle durezze di quell’ultima fase della guerra partigiana e soprattutto di quei mesi di interregno seguiti al 25 aprile del ’45. Ne scrisse sul manifesto Rossana Rossanda, nel 1985, ben prima che due lettere del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e poi Walter Veltroni da segretario dei Ds arrivassero a chiudere una ferita rimasta aperta per settant’anni: «Mi sfilavano davanti le immagini dei compagni uccisi… Questo ricordo, vivo come i colori freddi d’una giornata d’aprile del Nord, e quello immediatamente successivo del Neri e della Gianna, uccisi dai loro, dai miei compagni per una storia oscura e della quale mi si avvertì energicamente che non mi dovevo occupare, fece sì che non mi è riuscito di dire ‘Ai bei tempi della resistenza’». Rossanda ha ripreso la vicenda nella più recente autobiografia La ragazza del secolo scorso. Racconta di quel «comandante favoloso» e di «una ragazza spericolata», della loro condanna e della fucilazione, non crede al collegamento con la scomparsa dell’oro di Dongo, come pure Mirella Serri, e scrive che «nel 1945 nulla di quella storia mi convinse. Ma non mi venne in mente di abbandonare. Non me ne vanto, non me ne pento».
Come morirono Gianna e Neri? E per mano di chi? Fu una vicenda «locale», un regolamento di conti all’interno delle bande partigiane comasche o la gravità dei fatti non consente di archiviarla come tale? Erano «traditori», come aveva deciso il Tribunale della Resistenza diramando ai Gap l’ordine di ucciderli, oppure no, come avevano pensato da subito i compagni del Neri, riaccogliendolo nella loro brigata dopo la fuga dal carcere? Soprattutto, perché dare esecuzione a una sentenza di morte quando tutto era ormai finito? «A Milano domandai un’inchiesta. Urtai contro un muro. Tutti coloro che la chiesero urtarono contro un muro. Forse non si volle ammettere l’errore, forse lo si comprese inescusabile», scrive Rossanda.
Mirella Serri aggiunge qualche sospetto in più, lasciando intravvedere delle rivalità preesistenti: chi fece la soffiata che fece arrestare entrambi a Lezzeno, sul lago di Como? L’ipotesi è che il comandante Neri, comunista, fosse inviso ad alcuni personaggi della Resistenza comunista comasca, in primis Dante Gorreri, ex Ardito del popolo, collaboratore di Guido Picelli nella resistenza antifascista di Parma nel 1922, segretario del Pci di Como, dopo la guerra componente dell’Assemblea Costituente, poi arrestato con l’accusa di essere il mandante degli omicidi di Gianna e Neri, scarcerato nel 1953 perché eletto deputato per il Pci e infine amnistiato. E poi a Pietro Vergani, anch’egli senatore nel dopoguerra e poi amnistiato, che da comandante delle Brigate Garibaldi della Lombardia aveva fatto sospendere la condanna a morte dei due partigiani.
L’accusa nei confronti di Neri, poi smentita dai fatti, fu quella di essere una «spia» del nemico, fatto fuggire dal carcere per arrestare i compagni. La partigiana Gianna, anch’ella comunista, fu invece sospettata di aver parlato, sotto tortura, rivelando gli indirizzi di alcune basi partigiane e provocando diversi arresti. Fu uccisa e gettata nel lago il 22 giugno del 1945, giorno del suo ventiduesimo compleanno, probabilmente perché non si era arresa alla scomparsa nel nulla di Luigi Canali, avvenuta il 7 maggio. I loro corpi non saranno mai ritrovati.
A differenza di quanto avviene nei paesi anglosassoni, in Italia il mondo accademico guarda con grande sospetto alla divulgazione. Divulgare, però, non vuol dire semplificare, né trattare gli argomenti con superficialità, ma trasmettere, per utilizzare le parole di Gramsci, “delle verità già scoperte, socializzarle”, rendendole quindi patrimonio comune. E alcune storie, per la loro complessità e per il coinvolgimento emotivo che richiedono, possono, infatti, essere narrate solo attraverso una divulgazione di alto livello, basata cioè su una ricerca accurata delle fonti, che, attraverso le armi della prosa, riesce a penetrare la complessità di sentimenti personali e collettivi di un´epoca. E´ questo il caso di “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della resistenza” (Longanesi 2014, pagine 224, euro13,94) di Mirella Serri, nel quale, sullo sfondo delle complesse vicende che accompagnarono gli ultimi mesi della Repubblica di Salò e il periodo immediatamente successivo, si narra la storia del comandante partigiano della 52 Brigata Garibaldi Luigi Canali (Neri) e della staffetta Giuseppina Tuissi (Gianna), coinvolti nella cattura di Benito Mussolini e Claretta Petacci e soprattutto testimoni scomodi della sparizione dell´oro di Dongo.
La loro storia è forse una delle più drammatiche della Resistenza: i due partigiani furono, infatti, prima vittime dei fascisti, che li catturarono e torturarono, poi dei loro stessi compagni. Neri, infatti, era riuscito a fuggire, Gianna, invece, che probabilmente aveva rivelato i luoghi di nascondigli ormai abbandonati per salvarsi e, allo stesso tempo, non mettere a rischio i compagni, era stata liberata. Per i due amanti furono giorni tragici, come testimonia la particolare durezza delle torture cui furono sottoposti durante la prigionia. La loro sofferenza e la loro determinazione a resistere alle torture non fu apprezzata, ma, al contrario, ripagata con accuse di tradimento e con una condanna a morte, comminata da un tribunale partigiano. Riabilitati, prenderanno poi parte alla cattura del Duce e della Petacci. E´ a questo punto che la vicenda di questi due eroi della resistenza si macchia di sangue: Gianna e Neri verranno fisicamente eliminati e per i loro delitti nessuno pagò il conto. I sospetti che su i due amanti si erano addensati in seguito alla cattura da parte dei fascisti, ma soprattutto il fatto di essere testimoni della scomparsa dell´oro di Dongo, ne decretarono la fine. I loro corpi sparirono per sempre e i processi per determinare le responsabilità di quelle sparizioni non portarono a nulla. Quella che narra Mirella Serri è la storia di uno dei periodi più oscuri della nostra storia, nel quale i confini tra legalità e illegalità si confondono e diviene difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra vittime e carnefici. Passati ormai quasi settant´anni da quei fatti è arrivato, però, il momento di guardare a quelle vicende con necessario distacco e indagare sulle reali responsabilità di una classe dirigente che di quel momento storico fu protagonista, ma anche sull´intreccio di “omertà, di paure e di reciproche coperture che alla fine frutteranno carriere, riconoscimenti, onori” e che a oggi non sono state ancora chiarite. Del resto nonostante l´interesse degli storici e le numerose ricerche relative alla sparizione dell´oro di Dongo e della documentazione che Mussolini portava con sé non si è ancora arrivati alla verità e difficilmente si giungerà a ricostruire i particolari dell´intera vicenda.
Interessante è l´interpretazione che Mirella Serri offre della figura di Claretta Petacci. La giornalista, infatti, rifiuta l´immagine di una donna “innamorata esemplare, fuori dal potere e dai giochi” e rileva invece come Claretta fosse una sostenitrice convinta delle idee di Mussolini e della politica razziale. Non fu vittima innocente dell´amore per l´uomo sbagliato quindi, ma persecutrice “del partigiano e dell´ebreo”.
Gianna e Neri saranno riabilitati da Veltroni e dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, ma il loro nome non risulta ancora inserito tra l´elenco degli eroi partigiani indicati sul sito dell´ANPI.
"Quei compagni disobbedienti eliminati dai partigiani rossi"
Un libro spezza la cappa di silenzio sulla vicenda di "Gianna" e "Neri" uccisi dopo i fatti di Dongo. Anche l'Anpi ha cancellato i loro nomiRoberto Festorazzi - il Giornale Mar, 06/05/2014
Come Ben e Claretta. Ma partigiani
Gianna e Neri, ribelli uccisi dall’avversione dei compagni
di Pierluigi Battista Corriere 11.6.14
Mirella Serri è una studiosa di letteratura che ha scoperto con il tempo una vena di storica capace di padroneggiare documenti e testimonianze e di dare nuove interpretazioni a momenti cruciali della vicenda culturale nazionale. Ora, con Un amore partigiano (Longanesi, pp. 224, e 16,40), la Serri intreccia narrativa e storiografia con il gusto letterario del dettaglio anche psicologico e la ricostruzione di una storia sinora dimenticata nell’epopea della Resistenza. I soliti, arcigni sacerdoti del dogma potranno gridare per l’ennesima volta allo scandalo e si mostreranno indignati per la profanazione. Ma nelle pagine di Mirella Serri non c’è nessuna profanazione, nessun giudizio storico viene rivoltato, nessuna attenuazione viene a nascondere o minimizzare le turpitudini commesse dalle bande che spadroneggiavano nella Repubblica di Salò. Viene invece raccontata una storia straordinaria di politica e di passione, di tradimenti e di soprusi, di spietatezza e di vendette che si consumano nei luoghi e nei giorni in cui Benito Mussolini verrà raggiunto e giustiziato insieme alla sua Claretta Petacci: un amore partigiano perseguitato nel crepuscolo violento dell’epoca fascista.
I due protagonisti del romanzo storico di Mirella Serri sono i partigiani Gianna e Neri. Sono antifascisti, comunisti, animatori della Resistenza, apprezzati e ammirati dai loro compagni con cui dividono la lotta clandestina. Non tutti i compagni li ammirano però: i più grigi maggiorenti del partito comasco e lombardo non li apprezzano, diffidano del loro ardore, deplorano l’amore che li unisce, fuori dagli schemi convenzionali che la morale del tempo considera invalicabili. Sospettano di due giovani liberi, poco inclini alla disciplina dottrinaria, ardimentosi, nient’affatto lugubri.
Nel fuoco dell’attività partigiana i detrattori di Gianna e Neri non fanno che diffondere tra i loro compagni un’avversione inspiegabile per i due amanti, un’ostilità aspra e dura che nemmeno nella febbre epica di una grande battaglia della libertà riuscirà a sciogliersi. Poi arriva il dramma, che la Serri racconta senza omettere nessun dettaglio terrificante. I due protagonisti dell’«amore partigiano» vengono catturati (presi per qualche soffiata?), trascinati nella Casa del Fascio progettata dal grande architetto Terragni e adibita a luogo di tortura dai complici italiani del sadismo nazista. Qui vengono sottoposti a sevizie inenarrabili. Gianna viene picchiata, violentata, rinchiusa in un armadio disgustoso dove hanno campo libero topi e scarafaggi. Neri è torturato con crudeltà inaudita, riesce a scappare, ma la sua fuga viene paradossalmente usata dai nemici del movimento partigiano per denunciarlo come traditore, come uno che ha ceduto agli aguzzini e ha «parlato».
Non è vero. Ma il partito dei persecutori interni alla Resistenza riesce a far spiccare una condanna a morte per Neri e per Gianna. La vendetta interna al movimento partigiano riesce a strappare un verdetto scandalosamente privo di ogni aggancio con la realtà e con il diritto a difendersi di chi è stato raggiunto da sospetti infamanti.
La forza narrativa del libro di Mirella Serri riesce a intrecciare i destini di due «coppie» che stanno agli antipodi in questo culmine drammatico della storia italiana. A pochi chilometri di distanza un Mussolini cupo, lugubre, alla fine della sua parabola politica, praticamente tenuto prigioniero dai tedeschi in una villa sul lago di Garda, vive la sua storia sempre più tempestosa con Claretta. La fine è vicina, ma Mussolini sente di doversi aggrappare alla sua esuberanza mascolina per segnare una supremazia che oramai non è più scontata. E lei, Claretta, si avvia inconsapevole verso il cruento epilogo che la porterà insieme a Ben, dentro una tragedia in cui non mancheranno momenti di atrocità e di dolore. Saranno i giorni che porteranno all’assassinio di Neri, e poi di Gianna. Nei giorni della Liberazione dell’Italia, un duplice efferato delitto insanguina la Resistenza che trionfa. Ma per anni, anzi per decenni, la sorte di Neri e Gianna verrà occultata, tenuta nell’ombra di un dramma che doveva essere cancellato. Come se la verità di quel duplice assassinio, dentro un’atmosfera corrusca di vendette, rese dei conti e giustizia sommaria, potesse «infangare» la guerra di liberazione. Come se la rappresentazione mitologica di una Resistenza granitica e segnata da una purezza incontaminata non dovesse essere messa in discussione da delitti che richiedono una spiegazione convincente da tanti anni.
Questa storia oggi viene riscritta da Mirella Serri. Un riconoscimento che non risarcirà le famiglie di due caduti della lotta partigiana infamati e barbaramente uccisi dai loro stessi compagni. Ma che permette di rileggere quel passaggio drammatico della storia italiana con occhi più penetranti e meno offuscati dalla faziosità ideologica e dall’omertà politica.
Una militanza fatale
Novecento. «Un amore partigiano», il libro di Mirella Serri che racconta la storia oscura di Gianna e Neri, uccisi dai loro stessi compagni e scomparsi nel nulla
Angelo Mastrandrea, 3.7.2014 il Manifesto
Quella di Gianna e Neri è una storia oscura della Resistenza. La ricostruzione appassionata che ne fa Mirella Serri (Un amore partigiano, Longanesi, pp. 217, euro 16,50) consegna al lettore un’empatia forte con i due protagonisti: lei, all’anagrafe Giuseppina Tuissi, che diventa partigiana dopo che i fascisti uccidono il fidanzato, torturata a sua volta in una prigione di Salò, addetta all’inventario del cosiddetto «oro di Dongo» sequestrato ai gerarchi, accompagnatrice di Claretta Petacci nel suo ultimo viaggio (e l’amante di Mussolini viene dipinta come una donna antisemita, ambiziosa e priva di scupoli, smontando ogni stereotipo assolutorio); lui, vero nome Luigi Canali, a capo della Brigata Garibaldi che arrestò il Duce, secondo qualcuno l’uomo che diede il colpo di grazia al gran capo del fascismo (ma per le cronache l’esecutore materiale fu un altro partigiano, Walter Audisio, che a più riprese ha raccontato come avvenne l’esecuzione).
L’autrice ne sposa la causa e aderisce all’idea che tra i due ci fosse più che una comunanza politica, un’ipotesi suffragata dalle parole della vedova di Canali quando, nel 2002, il Comune di Como ha inaugurato una scalinata intitolata ai due combattenti per la Liberazione dal nazifascismo: «Per quel che mi riguarda, Gianna è la donna che mi ha portato via un marito che mi amava».
Ma è soprattutto una storia dal tragico finale, che racconta delle opacità e delle durezze di quell’ultima fase della guerra partigiana e soprattutto di quei mesi di interregno seguiti al 25 aprile del ’45. Ne scrisse sul manifesto Rossana Rossanda, nel 1985, ben prima che due lettere del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e poi Walter Veltroni da segretario dei Ds arrivassero a chiudere una ferita rimasta aperta per settant’anni: «Mi sfilavano davanti le immagini dei compagni uccisi… Questo ricordo, vivo come i colori freddi d’una giornata d’aprile del Nord, e quello immediatamente successivo del Neri e della Gianna, uccisi dai loro, dai miei compagni per una storia oscura e della quale mi si avvertì energicamente che non mi dovevo occupare, fece sì che non mi è riuscito di dire ‘Ai bei tempi della resistenza’». Rossanda ha ripreso la vicenda nella più recente autobiografia La ragazza del secolo scorso. Racconta di quel «comandante favoloso» e di «una ragazza spericolata», della loro condanna e della fucilazione, non crede al collegamento con la scomparsa dell’oro di Dongo, come pure Mirella Serri, e scrive che «nel 1945 nulla di quella storia mi convinse. Ma non mi venne in mente di abbandonare. Non me ne vanto, non me ne pento».
Come morirono Gianna e Neri? E per mano di chi? Fu una vicenda «locale», un regolamento di conti all’interno delle bande partigiane comasche o la gravità dei fatti non consente di archiviarla come tale? Erano «traditori», come aveva deciso il Tribunale della Resistenza diramando ai Gap l’ordine di ucciderli, oppure no, come avevano pensato da subito i compagni del Neri, riaccogliendolo nella loro brigata dopo la fuga dal carcere? Soprattutto, perché dare esecuzione a una sentenza di morte quando tutto era ormai finito? «A Milano domandai un’inchiesta. Urtai contro un muro. Tutti coloro che la chiesero urtarono contro un muro. Forse non si volle ammettere l’errore, forse lo si comprese inescusabile», scrive Rossanda.
Mirella Serri aggiunge qualche sospetto in più, lasciando intravvedere delle rivalità preesistenti: chi fece la soffiata che fece arrestare entrambi a Lezzeno, sul lago di Como? L’ipotesi è che il comandante Neri, comunista, fosse inviso ad alcuni personaggi della Resistenza comunista comasca, in primis Dante Gorreri, ex Ardito del popolo, collaboratore di Guido Picelli nella resistenza antifascista di Parma nel 1922, segretario del Pci di Como, dopo la guerra componente dell’Assemblea Costituente, poi arrestato con l’accusa di essere il mandante degli omicidi di Gianna e Neri, scarcerato nel 1953 perché eletto deputato per il Pci e infine amnistiato. E poi a Pietro Vergani, anch’egli senatore nel dopoguerra e poi amnistiato, che da comandante delle Brigate Garibaldi della Lombardia aveva fatto sospendere la condanna a morte dei due partigiani.
L’accusa nei confronti di Neri, poi smentita dai fatti, fu quella di essere una «spia» del nemico, fatto fuggire dal carcere per arrestare i compagni. La partigiana Gianna, anch’ella comunista, fu invece sospettata di aver parlato, sotto tortura, rivelando gli indirizzi di alcune basi partigiane e provocando diversi arresti. Fu uccisa e gettata nel lago il 22 giugno del 1945, giorno del suo ventiduesimo compleanno, probabilmente perché non si era arresa alla scomparsa nel nulla di Luigi Canali, avvenuta il 7 maggio. I loro corpi non saranno mai ritrovati.
A differenza di quanto avviene nei paesi anglosassoni, in Italia il mondo accademico guarda con grande sospetto alla divulgazione. Divulgare, però, non vuol dire semplificare, né trattare gli argomenti con superficialità, ma trasmettere, per utilizzare le parole di Gramsci, “delle verità già scoperte, socializzarle”, rendendole quindi patrimonio comune. E alcune storie, per la loro complessità e per il coinvolgimento emotivo che richiedono, possono, infatti, essere narrate solo attraverso una divulgazione di alto livello, basata cioè su una ricerca accurata delle fonti, che, attraverso le armi della prosa, riesce a penetrare la complessità di sentimenti personali e collettivi di un´epoca. E´ questo il caso di “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della resistenza” (Longanesi 2014, pagine 224, euro13,94) di Mirella Serri, nel quale, sullo sfondo delle complesse vicende che accompagnarono gli ultimi mesi della Repubblica di Salò e il periodo immediatamente successivo, si narra la storia del comandante partigiano della 52 Brigata Garibaldi Luigi Canali (Neri) e della staffetta Giuseppina Tuissi (Gianna), coinvolti nella cattura di Benito Mussolini e Claretta Petacci e soprattutto testimoni scomodi della sparizione dell´oro di Dongo.
La loro storia è forse una delle più drammatiche della Resistenza: i due partigiani furono, infatti, prima vittime dei fascisti, che li catturarono e torturarono, poi dei loro stessi compagni. Neri, infatti, era riuscito a fuggire, Gianna, invece, che probabilmente aveva rivelato i luoghi di nascondigli ormai abbandonati per salvarsi e, allo stesso tempo, non mettere a rischio i compagni, era stata liberata. Per i due amanti furono giorni tragici, come testimonia la particolare durezza delle torture cui furono sottoposti durante la prigionia. La loro sofferenza e la loro determinazione a resistere alle torture non fu apprezzata, ma, al contrario, ripagata con accuse di tradimento e con una condanna a morte, comminata da un tribunale partigiano. Riabilitati, prenderanno poi parte alla cattura del Duce e della Petacci. E´ a questo punto che la vicenda di questi due eroi della resistenza si macchia di sangue: Gianna e Neri verranno fisicamente eliminati e per i loro delitti nessuno pagò il conto. I sospetti che su i due amanti si erano addensati in seguito alla cattura da parte dei fascisti, ma soprattutto il fatto di essere testimoni della scomparsa dell´oro di Dongo, ne decretarono la fine. I loro corpi sparirono per sempre e i processi per determinare le responsabilità di quelle sparizioni non portarono a nulla. Quella che narra Mirella Serri è la storia di uno dei periodi più oscuri della nostra storia, nel quale i confini tra legalità e illegalità si confondono e diviene difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra vittime e carnefici. Passati ormai quasi settant´anni da quei fatti è arrivato, però, il momento di guardare a quelle vicende con necessario distacco e indagare sulle reali responsabilità di una classe dirigente che di quel momento storico fu protagonista, ma anche sull´intreccio di “omertà, di paure e di reciproche coperture che alla fine frutteranno carriere, riconoscimenti, onori” e che a oggi non sono state ancora chiarite. Del resto nonostante l´interesse degli storici e le numerose ricerche relative alla sparizione dell´oro di Dongo e della documentazione che Mussolini portava con sé non si è ancora arrivati alla verità e difficilmente si giungerà a ricostruire i particolari dell´intera vicenda.
Interessante è l´interpretazione che Mirella Serri offre della figura di Claretta Petacci. La giornalista, infatti, rifiuta l´immagine di una donna “innamorata esemplare, fuori dal potere e dai giochi” e rileva invece come Claretta fosse una sostenitrice convinta delle idee di Mussolini e della politica razziale. Non fu vittima innocente dell´amore per l´uomo sbagliato quindi, ma persecutrice “del partigiano e dell´ebreo”.
Gianna e Neri saranno riabilitati da Veltroni e dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi, ma il loro nome non risulta ancora inserito tra l´elenco degli eroi partigiani indicati sul sito dell´ANPI.
7 commenti:
Ma perché ce l'hai tanto col trotskismo?
Bisogna distinguere Trotzki dal trotzkismo, soprattutto quello della Guerra Fredda. Che ha delegittimato il campo socialista nella coscienza della piccola borghesia intellettuale e poi anche nelle classi lavoratrici. E che è stato uno dei canali di affermazione della teoria del totalitarismo, del revisionismo storico e del postmodernismo. Per trotzkismo non si intende qua un corpus di teorie politiche ed economiche che fanno riferimento a Trotzki ma un atteggiamento idealistico e populistico, che guarda alla "purezza" della rivoluzione e immagina una potenza sovversiva dei lavoratori che è inesistente.
Scusami, ma mi sembra che al trotskismo, in qualsiasi sua variante e famiglia storica, non possa essere assolutamente addebitato nulla di tutto ciò. Durante la Guerra fredda esso è stato anzi l'unica area politica che abbia criticato da sinistra la lenta ma inesorabile parabola di dissoluzione dell'URSS, con analisi e contributi (anche molto diversi fra loro) che testimoniano un ancoraggio a posizioni classiste tutt'altro assimilabili al revisionismo storico e al postmodernismo.
Ciò che il trotskismo ha delegittimato - e a mio avviso sacrosantamente - è stata invece la dirigenza politica dell'URSS dalla morte di Lenin in poi, cioè da quando sono iniziati i fenomeni della burocratizzazione, della mancanza di democrazia nello Stato e nel partito, della generale degenerazione dell'esperienza sovietica nelle forme e nella sostanza. E ciò facendo senza mai minimamente confondersi con la teoria del totalitarismo e con i suoi propagandisti liberali.
Se infine per "purezza della rivoluzione" è da intendersi la più netta autonomia e demarcazione di classe dalla borghesia e dai suoi agenti nel movimento operaio, mi pare si tratti di uno dei postulati del comunismo dal Manifesto marxiano in avanti, smarrito il quale ci sono state sempre e solo disfatte.
Un saluto.
Parliamo ahinoi due linguaggi diversi. Che muovono da due diverse concezioni della storia e della dialettica. Rispetto questa ricostruzione ma non la condivido.
Non per polemizzare, sinceramente, ma mi pare difficile sostenere di rispettare questa ricostruzione se si arriva a stabilire un'equivalenza (attenzione: non un rapporto di derivazione, che già sarebbe comunque sbagliato, ma di equivalenza) fra trotskismo e (cito dal tuo blog) "[...] neoconservatorismo americano [...] manifestismo [...] bertinottismo [...] generico progressismo al dirittumanismo".
Non mi pare ci sia molto da condividere rispetto a fenomeni storici che hanno sostanzialmente validato, direi alla lettera, decenni di analisi e previsioni. Penso si debba se non altro riconoscere questo, al di là delle diverse concezioni che si possono avere sulla storia, sulla dialettica e su tutto il resto.
Sinceramente non capisco la ( non solo tua ) polemica col revisionismo storico. Qualunque pretesa ortodossia è stato precedentemente un revisionismo.
Il problema non è il conflitto tra ortodossia e revisionismo, ma l'onestà della ricerca storica che deve essere basata su fatti reali.
Grazie
Giustissimo. Ma ciò che chiamiamo "revisionismo storico" non coincide con il necessario lavoro di reinterpretazione, un lavoro che si rinnova non solo alla presenza di nuove fonti ma anche inevitabilmente con il passaggio delle fasi storiche. Per "revisionismo storico" si intende una tendenza storiografica ben precisa, che si ispira alla storiografia liberale legata alla teoria del totalitarismo. E che su questa base rilegge la storia dal 1789 a oggi con l'intento di espungere ogni contributo della tradizione rivoluzionaria e socialista alla costruzione della democrazia moderna. Consiglio a questo proposito l'omonimo libro di Losurdo, dal titolo appunto: Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza
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