sabato 30 marzo 2013
Arriva il film di von Trotta su Hannah Arendt, santa dell'Occidente giudaico-cristiano e vincitrice della Guerra Fredda
Arendt, quella scandalosa verità
La filosofa parlò di «banalità del male» e finì nel mirino degli «ortodossi»
di Pierluigi Battista
La
ingiuriarono nei modi più orribili: «donna senza cuore», traditrice che
aveva «disertato l'ebraismo» e che addirittura aveva «calunniato le
vittime e scagionato la Gestapo e le SS». Qualcuno, in Germania, fece
finta di sbagliarsi e la chiamò «signora Hannah Eichmann». Perfino la
sua storia segreta con Martin Heidegger divenne un capo d'accusa. Per
colpa delle sue «relazioni private», sostennero gli inquisitori le cui
gesta sono state ricordate in un libro dello scomparso Joachim Fest,
lei, l'ebrea scappata dalla Germania in mano alle camicie brune, avrebbe
«attenuato la responsabilità del boia delle SS soprattutto per
distrarre l'attenzione dalle simpatie per il nazismo del suo maestro»
che nel 1933, nel celebre discorso all'Università di Friburgo, fece
coincidere il destino tedesco con la necessaria e incondizionata
sottomissione agli ordini del nuovo Fuhrer.
Ecco a che punto di
furore arrivò la polemica contro Hannah Arendt, che nel 1963 aveva dato
alle stampe il suo resoconto del processo di Gerusalemme ad Adolf
Eichmann, incarnazione di quel mediocre ma smisurato orrore che
l'autrice definì incautamente «la banalità del male»: la polemica che è
al centro del nuovo film di Margarethe von Trotta che porta nel titolo
il nome della filosofa tedesca.
La Arendt andò al processo di
Gerusalemme non condividendo affatto il valore catartico che la classe
dirigente israeliana, Ben Gurion in testa, aveva associato prima alla
cattura di Eichmann e poi al tribunale che lo avrebbe giudicato. Ben
Gurion rivendicava il diritto di Israele a portare nei suoi tribunali un
uomo coinvolto ai massimi livelli nella macchina dello sterminio degli
ebrei. E a chi obiettava sulla legittimità dello Stato di Israele di
giudicare un uomo che non era un suo cittadino, Ben Gurion rispondeva
che invece solo lo Stato di Israele avrebbe potuto giudicarlo, perché
era finita l'epoca dell'ebreo mansueto che non reagisce, che si lascia
portare alla morte docilmente «come agnelli al macello», ma era nata
l'epoca del sogno sionista realizzato in cui gli ebrei si sarebbero
sentiti al sicuro, colmi d'orgoglio e di consapevolezza di sé. Perciò la
condanna di Eichmann avrebbe dovuto essere simbolicamente il punto di
svolta, il «mai più» solennemente proclamato a Gerusalemme, come perenne
monito per i nemici degli ebrei.
Ma era proprio questo progetto a
non essere condiviso dalla Arendt. La quale subito, sin dalle pagine
iniziali dei saggi apparsi prima sul «New Yorker» e poi confluiti nel
libro «Eichmann in Jerusalem», contestò la scenografia di un dramma in
cui Ben Gurion era «il regista invisibile».
Il suo punto di vista
venne articolato con un'argomentazione molto severa nei confronti di
tutto il processo e con una sottolineatura molto marcata del ruolo
ambiguo, e talvolta complice, che i «Consigli ebraici», nel tentativo di
minimizzare la portata dello sterminio e nell'illusione di mitigare o
almeno contenere la violenza omicida dei nazisti, si trovarono a
recitare, infliggendo una ferita terribile al popolo ebraico, regalando
al carnefice una stampella nel corso di un massacro atroce. Fu questa
sottolineatura, e non, come spesso in seguito si dirà, la nozione di
«banalità del male», a scatenare una veemenza polemica contro la Arendt
che una sua amica, Mary McCarthy, non esitò a definire pari a quella di
un pogrom (come si evince nella bellissima corrispondenza Tra amiche,
pubblicata in Italia da Sellerio). Una spirale atroce di accuse che
spaccò l'opinione pubblica e il mondo ebraico.
Si cominciò proprio
dalle colonne della «Partisan Review», la rivista di cui la Arendt era
pilastro e figura centrale, dove Lionel Abel scrisse una recensione
feroce in cui, sostanzialmente, si sosteneva che l'autrice del reportage
da Gerusalemme aveva reso Eichmann «esteticamente accettabile» e gli
ebrei «esteticamente ripugnanti». Come scrisse proprio la Arendt
all'amica McCarthy (che di lì a poco sarebbe stata sottoposta anche lei a
un'«inquisizione» laica, capeggiata da Norman Mailer, che aveva preso
come bersaglio il romanzo Il gruppo): «ho appena saputo che la
Anti-Defamation League ha inviato una circolare a tutti i rabbini perché
facciano prediche contro di me il giorno dell'Anno Nuovo». Interdetta
dalla ferocia inusitata delle critiche che le piovevano addosso, la
Arendt osservò che però la «critica è rivolta a un'"immagine" e
quest'immagine è stata sostituita al libro che ho scritto».
Ma il
tono si faceva sempre più aspro. Jacob Robinson, uno dei tre assistenti
della pubblica accusa nel processo Eichmann, scrisse sulla rivista
«Facts»: «Per anni i nostri nemici hanno condotto una campagna che è
consistita nel passare la spugna sui rei e nell'incolpare le vittime.
Queste ultime, dopo essere state brutalmente assassinate, vengono ora
messe a morte una seconda volta dai profanatori. Fra questi nemici si è
schierata Hannah Arendt».
Le argomentazioni della Arendt vennero così
addirittura equiparate alle gesta ripugnanti degli aguzzini. Gli amici
anche più cari della Arendt, da Hans Jonas a Gershom Scholem, si unirono
al coro dei rimproveri. A sua difesa la filosofa ebbe solo la stessa
McCarthy e Raul Hilberg, lo storico che per primo aveva affrontato con
una documentazione meticolosa la portata della Shoah in un libro che
però aveva scatenato polemiche di violenza appena minore di quelle
suscitate dal caso Eichmann. La paura di Israele, la minaccia mai
definitivamente allontanata di un antisemitismo che proprio in quegli
anni riceveva un nuovo, avvelenato impulso da un antisionismo virulento e
fortemente ostile nei confronti degli ebrei, tutto questo contribuì a
saturare di sostanze tossiche una discussione partita male e realizzata
nei modi peggiori.
Hannah Arendt non meritava la crudeltà anche
personale di certe critiche: meritava invece di essere criticata nel
merito e argomento contro argomento. Prevalsero invece l'anatema e
l'insulto. Una brutta pagina nella storia culturale del Novecento.
Il
film di Margarethe von Trotta «Hannah Arendt», con Barbara Sukowa, Axel
Milberg e Janet McTeer è uscito l'anno scorso in Germania, ed è una
rimeditazione sul modo in cui la filosofa elaborò le sue tesi su
Eichmann. L'uscita della pellicola in Italia è prevista per il prossimo
autunno
Cacciari elabora il lutto
Parla Marco Vannini, il più importante studioso italiano di Meister Eckhart e della mistica cristiana
Risvolto
La mistica è la vera erede e continuatrice della filosofia classica, nel suo senso originario e autentico di ricerca della saggezza – esercizio di vita ed esercizio di morte, secondo la definizione di Platone.
Ben oltre ogni riduzione del mistico al misterico, all'esoterico, questa consapevolezza, recentemente messa in evidenza anche da Pierre Hadot, riporta la mistica alla sua reale dimensione, che è l'universale della ragione, ovvero ciò che è propriamente umano.
Il presente Lessico prende in considerazione circa settanta parole – in ordine alfabetico da Abbandono, Amore, Anima, fino a Uno, Visione, Volontà, Vuoto – del nostro linguaggio di cui spesso non si percepisce più, ovvero non si conosce, il significato profondo. Illustrandone il loro uso nella tradizione mistica, si rende più agevole l'accesso ai testi dei grandi maestri dello spirito, antichi e moderni, e, nello stesso tempo, si indica la possibilità di percorrere in prima persona il cammino della interiorità, della saggezza, della beatitudine.
La mistica è la vera erede e continuatrice della filosofia classica, nel suo senso originario e autentico di ricerca della saggezza – esercizio di vita ed esercizio di morte, secondo la definizione di Platone.
Ben oltre ogni riduzione del mistico al misterico, all'esoterico, questa consapevolezza, recentemente messa in evidenza anche da Pierre Hadot, riporta la mistica alla sua reale dimensione, che è l'universale della ragione, ovvero ciò che è propriamente umano.
Il presente Lessico prende in considerazione circa settanta parole – in ordine alfabetico da Abbandono, Amore, Anima, fino a Uno, Visione, Volontà, Vuoto – del nostro linguaggio di cui spesso non si percepisce più, ovvero non si conosce, il significato profondo. Illustrandone il loro uso nella tradizione mistica, si rende più agevole l'accesso ai testi dei grandi maestri dello spirito, antichi e moderni, e, nello stesso tempo, si indica la possibilità di percorrere in prima persona il cammino della interiorità, della saggezza, della beatitudine.
Il silenzio dell’anima
Parla il grande studioso di Meister Eckhart e Simone Weil “Il dogma è nemico della conoscenza”
“Chi si rivolge all’
assoluto senza mediazione è oggetto di censura e condanna da parte della Chiesa”
Marco Vannini: Perché l’Occidente ha dimenticato i suoi mistici
di Antonio Gnoli Repubblica 30.3.13
Le
poche nozioni che so intorno al misticismo le appresi da Padre Pozzi
che incontrai a Lugano alcuni anni fa e mi spiegò in che cosa consisteva
la libertà di certe Sante. E le ricavai anche dalle poche volte che
vidi Raimon Panikkar che se avesse voluto avrebbe portato nelle piazze
più gente di Beppe Grillo. Era commovente sentirli parlare. E mi
chiedevo se le parole che pronunciavano li obbligava a una coerenza, a
una prassi, a un comportamento in linea con le loro riflessioni. Si può
studiare la mistica senza esserne in qualche modo coinvolti, colpiti,
iniziati? Simone Weil fu la testimonianza che la mistica non è
conoscenza, ma sapienza e che ogni cosa che pensi attorno ad essa è come
se la pensassi su di te. È la parola che si fa carne.
Sono alcuni
anni che seguo il lavoro di Marco Vannini. I suoi studi sono interamente
dedicati alla mistica: alla sua storia, alle differenze che nel suo
seno sono intervenute, ai fraintendimenti che l’hanno segnata. L’anno
scorso uscirono per Bompiani i Commenti all’Antico Testamento di Meister
Eckhart che Vannini ha curato con mirabile competenza. Mentre è di
questi giorni Lessico mistico (edito da Le Lettere), una bella, chiara e
convincente ricognizione tra le parole che ci servono per accostarci a
questo oggetto misterioso che a volte identifichiamo con la religione.
Si può comprendere la mistica senza esserne coinvolti?
«Ciò
che chiamo mistica non è come scegliere un settore di ricerca
intellettuale. Ma il terreno ove cercare la risposta alla domanda: come
conoscere l’anima e Dio. Non credo, perciò, che si possa essere
“studiosi di mistica” senza una profonda esigenza religiosa. A volte
occorrono anni, a volte un attimo solo, per ottenere quella evangelica
rinuncia a se stessi, senza la quale le pagine dei grandi mistici
restano un libro chiuso».
A proposito di grandi mistici è centrale,
nella sua formazione, Meister Eckhart. È singolare che al suo pensiero
si interessarono più che i teologi alcuni grandi filosofi.
«Fu Hegel a
vedere nel pensiero di quel maestro medievale il proprio pensiero. Non
capiremmo nulla della sua dialettica senza la riflessione di quel grande
mistico. D’altra parte, Heidegger confessò alla fine della sua vita,
che il pensiero di Eckhart lo aveva occupato a lungo. Se prendiamo la
filosofia nel suo senso forte, originario, greco — che non è quello di
una professione intellettuale, ma di una scelta di vita — allora è
possibile accostarla alla mistica».
A chi pensa?
«Anzitutto a
Platone e al platonismo che rappresentano il “luogo mistico” per
eccellenza. Ma poi, in ogni vero filosofo si scopre il riferimento a
quella dimensione del profondo dell’anima in cui il mistico abita. E
penso a Wittgenstein, cui infatti dedicai la mia tesi di laurea. La
mistica è il terreno della riservatezza, del silenzio, e non ha nulla in
comune con quel parlare invano che è la teologia. Purtroppo la mistica
in Occidente è stata prevalentemente tenuta sotto il controllo della
istituzione ecclesiastica. Il mistico che si rivolge all’assoluto senza
mediazione alcuna è stato spesso oggetto di censura e di condanna da
parte della Chiesa».
La mistica in occidente è stata soprattutto un
affare interno allo scontro teologico, mentre in Oriente ha puntato
all’affinamento delle tecniche del pensiero. La convince questa
distinzione?
«L’Oriente, ovvero essenzialmente l’India, privo del
controllo dogmatico, ha sviluppato una ricerca per certi aspetti più
libera. Ma l’utilizzo di una serie di tecniche per la meditazione ha
rappresentato un limite».
In che senso?
«Dove c’è un primato della
tecnica lì c’è uno scopo, un “perché” e dove c’è un perché la libertà
dell’intelligenza è finita. Cifra essenziale del mistico è infatti
essere “senza perché”, come Dio, e come la “rosa” dei celebri versi di
Silesius, su cui ha riflettuto anche Heidegger. Da ciò anche la
delusione che spesso esperimentano quegli occidentali che, non trovando
nel cristianesimo soddisfazione alle loro esigenze di verità e
profondità, si sono rivolti all’Oriente. In realtà l’Occidente
custodisce tesori di intelligenza spirituale, solo che sono stati spesso
ricoperti dall’incomprensione e dal dogmatismo del potere».
Contro
questa incomprensione reagirono nel Novecento due figure come Simone
Weil e Etty Hillesum. Perché in loro fu fondamentale la relazione con il
mistico?
«Per l’esigenza di verità che le animò e per l’onestà della
loro ricerca che fu prima di tutto onestà di vita. Il loro esser donne
le aiutò e, non a caso, la storia della mistica è costellata di figure
straordinarie di donne, dal momento che amore, abnegazione, distacco
sono (almeno così si diceva) caratteristiche tipicamente femminili».
Che cos’hanno in più queste tre parole?
«Sono tutte e tre contenute nei testi che possiamo prendere a fondamento: il
Convito
di Platone e il Vangelo — ultima espressione del genio greco scrisse la
Weil — , esprimono con sfumature diverse la stessa realtà. Aggiungerei
una quarta parola che è beatitudine. Perché l’esito della vita mistica
non è né il piacere né la felicità, che dipendono dalle circostanze, ma
la beatitudine appunto».
Non è un traguardo per pochi?
«Per tutti
coloro che sanno affrontare il cammino. Un cammino verso le beatitudini
evangeliche ma anche verso quella beatitudine con cui, insieme alla
salvezza, Spinoza conclude la sua Etica».
Parole come “beatitudine”, “salvezza” non promettono la realizzazione dell’irrealizzabile?
«Se
teniamo presente il legame indissolubile tra beatitudine e salvezza, ci
appare fuorviante ogni utilizzazione del termine mistica al di fuori
del campo suo proprio, che è quello spirituale. La politica e perfino il
mondo del web oggi sono stati in certi casi attraversati dalla mistica.
Ma io direi di mantenere il significato delle parole nell’ambito
rigorosamente loro proprio, per evitare la confusione del linguaggio,
che è poi la confusione del pensiero».
Viviamo una crisi materiale e
spirituale senza precedenti. La gente chiede giustizia e non solo
diritto. La mistica ha ben presente la distinzione. Ma la giustizia che
invoca la mistica non rischia di essere l’irrealizzabile utopia del
cuore? In altre parole non ritiene che il limite della mistica sia di
essere fuori dalla storia?
«È stata Simone Weil a ricordarci che
giustizia e diritto non sono parenti stretti, giacché il diritto si
fonda sulla forza. E quanto al praticare la giustizia non ritengo sia
un’utopia ma, come insegna Eckhart, un modo di essere nella verità.
Senza pretendere affatto di instaurare regni di Dio su questa terra, il
mistico sta dunque nel mondo ed opera in esso».
Ammetterà che ci sono
esempi nella storia di personaggi che nel nome della purezza e della
verità della giustizia hanno compiuto orrori e misfatti. Non vede il
rischio?
«Sarei uno sciocco se non lo vedessi. Ma, appunto, “essere
la giustizia” non significa arrogarsi un arbitrario ruolo di
legislatore, né parlare in nome di un qualche presunto Dio. Significa
invece spogliarsi della propria egoità. La giustizia legata al proprio
Io scatena le paranoie peggiori e crea i mostri teologici che la storia
ha conosciuto: Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot».
È molto difficile spogliarsi del proprio Io. E quando ciò avvenisse non si è automaticamente fuori dalla storia?
«È
difficile, certo, liberarsene. Ma tutt’altro che impossibile. E poi
nella storia ci si sta comunque. Francesco d’Assisi, per fare un esempio
che è tornato alla nostra attenzione, non è stato nella storia? Non
continua ad esserci? I grandi mistici sono stati anche uomini e donne di
azione. Dove cerchi Etty Hillesum se non nella tragedia storica di
Auschwitz? La contemplazione non nega l’azione. E il vero mistico è
colui che rischia più di tutti».
I soldati italiani nei campi di lavoro nazisti
Luca Borzani: La guerra di mio padre, il Melangolo
Risvolto
"Molti degli internati militari hanno vissuto
il ritorno a casa sotto il segno dell'offesa. Per loro non ci sono
attestati o benemerenze. Anzi sono circondati da indifferenza e
fastidio. Stranieri in patria. Ignorati e respinti da un paese che non
li riconosce e in cui non riescono o non vogliono riconoscersi. Si
sentono, e in qualche modo lo sono davvero, gli ultimi involontari
ostaggi di una guerra senza memoria e senza narrazione pubblica. Una
guerra che l'Italia antifascista rinnega e che larga parte degli
Italiani aspira a dimenticare. Più che eroi appaiono come i resti
dell'esercito regio, travolti dall'umiliazione e dalla disgregazione
dell'armistizio. Di fatto viene negato il loro essere 'volontari dei
lager', l'aver fatto scelte fondate su decisioni individuali non facili e
accettato i rischi conseguenti. Rischi ampiamente commisurabili con
quelli del partigiano di montagna."
MEMORIA · «La guerra di mio padre» di Luca Borzani per il Melangolo
Un racconto mai retorico sulle vicende dei soldati italiani segregati nei campi di lavoro e di sterminio dei nazisti
APERTURA - Guido Festinese il manifesto 2013.03.30 - 11 CULTURA
RAFFAELE NIRI Repubblica 05 febbraio 2013 1 sez. GENOVA
Perché devono costringerci a dar ragione al Foglio?
Gli imprescindibili
Amato, Bonino, Rodotà, Saviano, Mieli. Quando la patria trema, quando la Borsa annaspa e il diluvio è vicino, s’avanza sempre uno di loro. E’ la casta più casta
Amato, Bonino, Rodotà, Saviano, Mieli. Quando la patria trema, quando la Borsa annaspa e il diluvio è vicino, s’avanza sempre uno di loro. E’ la casta più casta
© - FOGLIO QUOTIDIANO di Stefano Di Michele 30 marzo 2013 - ore 06:59
Enzo Jannacci
Ieri 29 marzo è morto all'età di 77 anni Enzo Jannacci. L'artista milanese era stato così ritratto da Maurizio Crippa nel 2009.
di Maurizio Crippa il Foglio 26 agosto 2009
http://www.youtube.com/watch?v=EQ149ikAPBE
http://www.youtube.com/watch?v=EQ149ikAPBE
venerdì 29 marzo 2013
Un noto studioso di Gramsci dà ragione a Lo Piparo

In difesa della filologia (applicata a Gramsci)
di Luciano Canfora Corriere 29.3.13
Klüver ha il merito
di aver dato conto al pubblico tedesco, su uno dei più importanti
quotidiani, delle «scoperte» — così egli le definisce — racchiuse nel
recentissimo saggio L'enigma del Quaderno di Franco Lo Piparo, edito da
Donzelli. L'autore del volume — nota Klüver — «ha seguito con acribìa le
tracce» del Quaderno mancante e «ha scoperto» i fenomeni che
all'esistenza di tale Quaderno rinviano.
Il riconoscimento dei passi
avanti compiuti sin qui in tale ricerca è interessante, dopo che già lo
studioso americano di Gramsci Joseph Buttigieg, intervistato da «La
Repubblica», aveva definito «ineccepibile» questo «lavoro sulle carte»
(9 febbraio).
Per fortuna Lo Piparo, che in passato si era
abbandonato a deduzioni ideologico-politiche azzardate e non utili, ha
abbandonato quel terreno scivoloso e si è concentrato sui documenti e su
quelli che la filologia di matrice tedesca chiamava Realien, dati di
fatto.
Stona perciò l'impazienza di chi vorrebbe addirittura già
sapere cosa ci fosse scritto in quel Quaderno! È un modo di procedere
che suscita l'ironia di Klüver.
Il quale, al termine della sua
eccellente cronaca, trova, chi sa perché, «molto italiano» fare oggetto
di ricerca (Untersuchung) «un qualcosa che non è noto». Si potrebbe a
rigore eccepire che chi ha dato vita alla celebre «Cosa in sé»,
inconoscibile par excellence, fu un non italiano di nome Immanuel Kant. E
che molto prima di lui il greco d'Asia Anassagora aveva definito le
tracce fenomeniche «sguardo sull'invisibile» (Fr. 21 DK opsis adelon ta
phainomena). E cos'altro è una indagine filologica sulle tracce
fenomeniche di un testo non conservato se non un cammino congetturale
verso «ciò che non è direttamente visibile»? Le imponenti raccolte delle
«tracce» delle tantissime opere antiche perdute stanno lì a
testimoniarlo. E son dovute per lo più a grandi filologi tedeschi:
Diels, Jacoby, Müller, Kock, eccetera.
In conclusione: sarebbe dunque
forse ora di accantonare l'indignazione preventiva che si sente di
tanto in tanto montare da più parti, assumere un buon calmante e
mettersi a studiare le fonti. Fa bene anche alla salute.
La fondazione biblica della politica in Michael Walzer
Risvolto
Pur essendo un libro eminentemente religioso, e
benché non proponga una teoria politica, la Bibbia ebraica parla spesso
di capi e di leggi, di aspri conflitti interni e di guerre tra nazioni,
di questioni di autorità e di politica, di critiche mosse pubblicamente
al governo e agli strati sociali dominanti. Tutto ciò all'ombra di un
Dio onnipotente. Di qui consegue una serie speciale di domande a cui ci
si trova davanti nel caso della Bibbia: quale spazio può esservi per la
politica quando chi governa in ultima istanza è Dio? In altre parole, in
una nazione che vive sotto la dominazione divina e la protezione di
Dio, quale spazio resta al processo decisionale guidato da assennatezza e
prudenza? Com'è compreso il tempo, come viene usato il passato e come
s'immagina il futuro? Quand'è giusto muovere guerra? L'assolutismo
religioso favorisce il fanatismo e la guerra santa oppure l'accordo e la
pace? Queste sono alcune delle domande che guidano un celebre teorico
della politica in un'analisi sottile e avvincente dei testi biblici.
L'INTERVISTA
Davide G. Bianchi Avvenire 27 marzo 2013
Il commento di Tommaso d'Aquino al De anima di Aristotele
San Tommaso d'Aquino: Lo specchio dell'anima, San Paolo, pp. 1224, 69
Risvolto
Il volume presenta la traduzione latina del De anima di
Aristotele condotta e commentata da san Tommaso d'Aquino, con testo a
fronte in italiano. La cura e la traduzione di questo libro è stata
condotta da un gruppo di studiosi provenienti dalle Facoltà di Filosofa
italiane, statali ed ecclesiastiche, riuniti nel Progetto Tommaso e
impegnati da anni nella lettura e nell'esame puntuale delle opere
tommasiane, in lingua originale. Opera della maturità dell'Aquinate
(scritta tra il 1268 e il 1270), la Sentencia de anima mostra un Tommaso
che sviluppa le teorie metafisichee antropologiche dell'aristotelismo
in modo personale ed originale. La traduzione critica qui pubblicata è
dotata di ricchi apparati di introduzioni, lessico e indici, ed è
destinata a segnare una tappa importante nella bibliografa tomistica.
L'anima secondo Tommaso
di Armando Torno
Una raccolta di saggi di Sossio Giametta
Risvolto
L'ideale dell'eternità, durata, stabilità è
raggiungibile? Col metodo di Cartesio o con quello di Spinoza?
Conosciamo solo il divenire. È lecito postulare l'essere? L'uomo è parte
della natura. Come fine o come mezzo? Come libero o come servo? Si può
redigere un bilancio delle verità e degli errori di Nietzsche? Che
cos'era lui, soprattutto, sotto il manto di filosofo moralista poeta
profeta psicologo e Kulturkritiker? Se era qualcosa di ancora più
grande, perché è venuto fuori stentatamente e tardi, più per forza
propria che per suo chiaro possesso, dopo essersi egli perduto in vie
traverse? In che rapporti sta l'uomo Nietzsche con la sua opera? Non è
la sua scelta di una solitudine siderale un suicidio annunciato? Che
significa l'obiezione di Schopenhauer alla divinizzazione del mondo di
Hegel e a tutti gli apologeti della vita? Era Schopenhauer stesso un
filosofo o un moralista e artista? Esiste il libero arbitrio e qual è il
fondamento della morale? Marx ha sconvolto il mondo: che resta di lui e
del marxismo? Quando tutto era stato detto contro la religione, Freud
avanza nuovi argomenti dirompenti, basati sulla psicoanalisi. E studia
il prezzo da pagare per vivere una vita civile, non selvaggia. Hanno
ragione o torto Schopenhauer e Nietzsche di contrapporsi a Spinoza sui
problemi del male, della conoscenza e dell'ideale etico? Con questa
raccolta di saggi filosofici, Sossio Giametta dà a tutte queste domande
risposte chiare ed esaurienti, che sono altrettante scoperte.
La critica filosofica e il tramonto europeoil nuovo libro di Sossio Giamettadi Raffaele La Capria Corriere 29.3.13
Anche in questo nuovo libro di
Giametta si parla delle cose ultime, di quelle su cui fin dalla più
remota antichità si è fantasticato, ma se ne parla con una pacata
tranquillità, senza la nevrosi stilistica e verbale di tanti filosofi,
da Nietzsche ad Heidegger. Così questo libro che cerca di rispondere a
domande temerarie è però un libro facile e leggibile, che porta serenità
e non inquietudine. I problemi ardui che affronta insomma non ci
ossessionano ma sono guardati direi con una dolce e persuasiva fermezza
che a volte può apparire anche un po' presuntuosa. Si sente che c'è
dietro l'esperienza di chi «ha letto tutti i libri» e si sente che
questi libri sono stati metabolizzati da una coscienza che
coraggiosamente si espone con la propria individualità. Per analogia ho
pensato a quegli esploratori che si addentravano nel cuore di un'Africa
sconosciuta alla ricerca delle sorgenti del Nilo.
Qui le sorgenti
sono quelle del pensiero e della conoscenza, ma lo spirito di avventura e
la curiosità di sapere sono molto simili. Così ho letto questo libro
come si legge un libro di avventura dove si incontrano sul proprio
cammino non belve feroci, ma idee che richiedono, per essere affrontate,
controllo della mente e cuore intrepido.
Mi esprimo in questo modo e
faccio questi paragoni perché io non sono un filosofo e non ho una
mente filosofica, ma i problemi ultimi mi appassionano come appassionano
ogni uomo che vuol «seguir virtute e canoscenza». E lo dico anche per
sottolineare che questo libro può leggerlo anche chi non è un addetto ai
lavori. Nel retro di copertina ci sono gli interrogativi cui Giametta
cerca di rispondere: ne consiglio la lettura perché è una buona
introduzione.
Giametta si muove nel vasto mare della filosofia,
percorso dalle correnti dei grandi pensatori, come un provetto
nuotatore, con un suo stile e capacità di resistenza. La cosa più
riuscita del suo libro è la scelta delle citazioni, che sono come tanti
punti di appoggio al suo ragionare, quasi che ognuno dei grandi filosofi
da lui consultati, da Nietzsche a Schopenhauer, da Spinoza a Kant, gli
desse una mano per venire in suo aiuto, e non solo per sostenere una sua
tesi ma anche per portare a buon fine un lavoro comune. E qui la voce
dell'autore si unisce alle altre e «porta la sua pietruzza». Che però a
volte è una pietruzza che si insinua temerariamente nell'ingranaggio del
pensiero altrui — anche se appartiene a uno dei grandi maestri — e lo
fa inceppare scoprendone le contraddizioni e rivelandole senza timore.
Sente di poterlo fare perché spesso i sacri vasi di erudizione quando si
tratta di capire le cose della vita e quindi della «filosofia
sostanziosa» cadono nel «filosofese».
Quella voce dice anche di
considerare Spinoza il creatore del sistema filosofico dell'Occidente, e
lo difende dall'incomprensione e dalle ingiurie dei suoi pur amati
Nietzsche e Schopenhauer. Dice che sei sono i suoi maestri, ma non si
sottrae alla tentazione di criticarli e di proporre soluzioni diverse ai
problemi da essi affrontati. Nel saggio «Come fu che intuii quello che
avevo capito» racconta come scoprì che Nietzsche non era solo un
filosofo, un moralista, un poeta, un profeta, uno psicologo, un
diagnostico e un trasfiguratore della crisi europea (il «tramonto
dell'Occidente»), ma anche un genio religioso accomunabile a Lutero.
Ma
Nietzsche, secondo Sossio Giametta, sviò la sua creatività religiosa
sulla strada sbagliata dell'eterno ritorno di tutte le cose, cadendo in
un fatalismo deprimente. Sono queste «alzate di testa», insieme a tante
altre, quelle che ho definito «pietruzze nell'ingranaggio», pietruzze
che fanno però risaltare i tratti originali e a volte fin troppo
personali di un «critico dei filosofi» come appare in questo suo ultimo
libro Sossio Giametta.
La lezione dei pensatori occidentali nel saggio del grande traduttore di NietzscheLuca Gallesi - il Giornale Lun, 06/05/2013
La lezione dei pensatori occidentali nel saggio del grande traduttore di NietzscheLuca Gallesi - il Giornale Lun, 06/05/2013
Rinascimento, mnemotecniche e circolazione delle idee in Europa
Risvolto
Accogliendo le sollecitazioni delle moderne teorie critiche che sottolineano il ruolo creativo del lettore e l'importanza dell'intreccio fra parole e immagini, il libro ripercorre i vari modi in cui nel Rinascimento si cerca di padroneggiare il territorio misterioso che lega la memoria e l'invenzione, la lettura e la scrittura, l'imitazione e la creazione del nuovo. Fra Petrarca, Alberti, Erasmo, Tasso si seguono i modi in cui l'autore rappresenta se stesso come lettore, e si mostra come Giordano Bruno rilegge l'Ariosto così da rispecchiare nel poema il suo carattere e il suo destino. I testi utopici e le loro illustrazioni, il gioco paradossale della scrittura in Pietro Aretino, l'arte della memoria fra Pico della Mirandola e Tommaso Campanella, le storie di Ulisse che Ulisse Aldrovandi fa dipingere nella sua villa di campagna, Tasso e Galileo, e il modo in cui Tasso si sente guardato e messo in questione dal poema che ha scritto, oltre che dai censori: il filo rosso del 'lettore creativo' permette di esplorare testi classici e altri meno noti del nostro Rinascimento. Un'analisi storica e insieme una testimonianza per il nostro tempo, sul piacere del tutto personale che la lettura può offrire e sulle risorse creative che può alimentare.
Accogliendo le sollecitazioni delle moderne teorie critiche che sottolineano il ruolo creativo del lettore e l'importanza dell'intreccio fra parole e immagini, il libro ripercorre i vari modi in cui nel Rinascimento si cerca di padroneggiare il territorio misterioso che lega la memoria e l'invenzione, la lettura e la scrittura, l'imitazione e la creazione del nuovo. Fra Petrarca, Alberti, Erasmo, Tasso si seguono i modi in cui l'autore rappresenta se stesso come lettore, e si mostra come Giordano Bruno rilegge l'Ariosto così da rispecchiare nel poema il suo carattere e il suo destino. I testi utopici e le loro illustrazioni, il gioco paradossale della scrittura in Pietro Aretino, l'arte della memoria fra Pico della Mirandola e Tommaso Campanella, le storie di Ulisse che Ulisse Aldrovandi fa dipingere nella sua villa di campagna, Tasso e Galileo, e il modo in cui Tasso si sente guardato e messo in questione dal poema che ha scritto, oltre che dai censori: il filo rosso del 'lettore creativo' permette di esplorare testi classici e altri meno noti del nostro Rinascimento. Un'analisi storica e insieme una testimonianza per il nostro tempo, sul piacere del tutto personale che la lettura può offrire e sulle risorse creative che può alimentare.
L'arte perduta di illuminarci attraverso i libri
Lina Bolzoni, grande studiosa del Rinascimento, racconta l’attualità della mnemotecnica Da Giordano Bruno che interrogava l’Ariosto come se fosse l’I Ching a Petrarca che usava la "mente vuota" "Le stanze della memoria dilatavano le capacità della mente: sarebbero utili per gestire la quantità sterminata di dati di oggi"
di Benedetta Craveri Repubblica 28.3.13
In
un giorno imprecisato tra il 1565 e il 1566, mentre è novizio dei
domenicani a Napoli, Giordano Bruno si trova a giocare con alcuni amici
al gioco delle "sorti", che consiste nello scegliere a caso dei versi e
associarli, sempre a caso, al nome di uno dei partecipanti. Il libro
scelto è l´Orlando furioso e il verso toccato in sorte a Bruno è quello
riferito a Rodomonte, «d´ogni legge nimico e d´ogni fede». Il grande
pensatore eretico vi vedrà la prefigurazione del proprio destino e, da
quel momento in avanti, non cesserà di interrogare il poema dell´Ariosto
fino al rogo di Campo de´ Fiori che, il primo gennaio del 1600,
concluderà la sua drammatica esistenza. Giordano Bruno che legge
l´Ariosto è uno dei saggi che figurano ne Il lettore creativo. Percorsi
cinquecenteschi fra memoria, gioco, scrittura di Lina Bolzoni (Guida
Editore, pagg. 379, euro 25) e che illustra in modo esemplare il
complesso e affascinante intreccio tra scrittura e arti figurative, fra
pensiero e memoria, fra imitazione e invenzione, fra esoterismo e gioco
di cui la studiosa è maestra. E l´immagine del Rinascimento che ne
emerge è di sorprendente attualità. Ma che cosa intende l´autrice con
"lettore creativo"?
«Il "lettore creativo" indica, ben prima
dell´ermeneutica, la consapevolezza antica che un´opera vive anche
attraverso i suoi lettori, in un dialogo che può avere anche risultati
inaspettati. Cambia nel tempo quello che un´opera ci dice, e per certi
aspetti cambia l´opera stessa gli occhi del suo autore: lo diceva Tasso
quando, sollecitato dai censori, rileggeva la Gerusalemme Liberata».
Anche
Petrarca, come lei sottolinea, è esplicito nel chiedere ai suoi lettori
di rivivere in piena consapevolezza il suo processo creativo. Ma come?
«Petrarca
chiede al suo lettore un´etica basata sul rispetto del testo e sul
vuoto mentale (non devi pensare alla notte passata con l´amante, ai
problemi di soldi). Dopo di che il testo può influire sulla mente di chi
lo legge (o di chi lo ascolta) con la forza della sua qualità, creare
un vincolo magico, come diceva Giordano Bruno. È interessante che anche
nel Rinascimento ci sia una corrente che punta più sulla struttura del
testo che sulla sua capacità di dialogo. Giulio Camillo, il famoso
autore del teatro della memoria, costruiva delle macchine retoriche che
dovevano strappare ai testi classici i segreti della loro bellezza».
Un
tema ricorrente in questi suoi saggi è la forza magica del testo, com´è
il caso di Bruno che interroga l´Orlando furioso come si potrebbe fare
con gli I Ching.
«È affascinante pensare che in un convento
domenicano si interrogasse l´Ariosto, non la Bibbia. È un uso per noi
straniante, ma di grande fascino del testo poetico, che così penetra
nella vita individuale, delinea un destino. Lo si fa tuttora in Iran,
con la grande poesia d´amore».
Un grande "mito" della civiltà
umanistica, da Petrarca a Machiavelli a Montaigne, è quello del dialogo,
lei lo definisce "negromantico", con i grandi scrittori del passato. In
che cosa consiste?
«Petrarca ha un ruolo decisivo in questa vicenda.
Certo, molti spunti ci sono già nei classici: ad esempio nelle Lettere a
Lucilio di Seneca troviamo straordinari consigli di etica della
lettura, su come leggere per controllare le passioni e affrontare il
terrore della morte. Nel Medioevo c´è una ricca tradizione che unisce la
lettura con la meditazione e l´arte della memoria. Quel che cambia è
che Petrarca dialoga alla pari con i grandi autori classici».
Imitazione, invenzione, creazione: tre termini che si intersecano continuamente nel suo libro...
«Quella
che ho ripercorso è una vicenda in cui scrivere significa imitare, in
cui il nuovo nasce da un dialogo con l´antico, in cui ci si sente per
molti versi in esilio nel proprio tempo e si cercano altrove gli
interlocutori che permettano la rinascita».
Nel suo saggio La stanza
della memoria lei ha ricostruito la centralità dell´arte della memoria
nel Rinascimento. Ma oggi, in tempi di memoria artificiale, qual è la
sua importanza?
«Italo Calvino diceva che è un peccato che a scuola
non si studino più a memoria le poesie, e io sono d´accordo con lui. Nel
senso che è importante coltivare la memoria, costruirsi appunto un
tesoro personale, che arricchisce la nostra immaginazione e anche ci
conforta. Questa in fondo è stata, nelle sue componenti più
interessanti, l´arte della memoria: un esercizio che dilatava le
capacità della mente, e univa insieme memoria e invenzione. C´era anche
una componente più meccanica e ripetitiva, una "memoria artificiale" che
in un certo senso anticipa la nostra esperienza. Del resto l´arte della
memoria vive e si trasforma in relazione con le grandi rivoluzioni
tecnologiche (dalla scrittura al manoscritto alla stampa). Oggi direi
che il problema è proprio il controllo personale su questo sterminato
magazzino di memoria che ci viene proposto: riuscire a interrogarlo
senza farci dominare».
In che misura la "Repubblica delle lettere",
quella comunità intellettuale basata sulla ricerca condivisa del buono,
del bello e del vero in cui gli umanisti si riconoscono al di là delle
differenze religiose e politiche, si pensava europea? E cosa è stato del
loro insegnamento?
«Erasmo pensava a una "Repubblica delle lettere"
che andava al di là dei singoli paesi e si arrabbiava con il
nazionalismo arrogante dei ciceroniani romani, che non volevano
riconoscere quanto di nuovo era maturato al di là dei loro confini.
Voglio dire che costruire una comunità europea non è mai stato facile.
Oggi credo che possiamo valorizzare le nuove esperienze dei giovani, che
per piacere o per necessità si muovono con disinvoltura nel mondo.
Credo che ci sia un patrimonio enorme da riscoprire e da valorizzare,
per costruire un´Europa non del tutto assoggettata alla logica della
finanza internazionale».
Sono sempre meno gli studenti che si
riconoscono nei valori della cultura umanistica. Qual è la sua
esperienza di docente di Letteratura italiana della Scuola Normale
Superiore?
«Credo che molto si giochi nelle scuole medie, inferiori e
superiori: quando facciamo i colloqui per l´ammissione degli studenti
vediamo subito se hanno avuto dei bravi insegnanti. Certo, oggi
trasmettere gli strumenti per apprezzare i nostri classici, e insieme
per capire come il canone si rinnova, è una sfida difficile. Difficile
ma non impossibile».
Decrescismo anche a destra
Risvolto
Il libro raccoglie un saggio e due interviste che sono stati pubblicati
per la prima volta sulla rivista svizzera “Schweizer Monat”. Il dialogo
tra il filosofo tedesco e René Scheu, direttore della rivista e curatore
del volume, si è sviluppato in questi anni attorno ad alcuni nuclei
concettuali fondamentali, come quelli di “crescita” e di “vita degna di
essere vissuta”. Si tratta di temi che sono protagonisti di quasi tutti i
dibattiti politici ed economici che animano l’Europa al tempo della
crisi, ma che illuminati dalle riflessioni di Sloterdijk ci appaiono in
una veste del tutto nuova.
Peter Sloterdijk è
filosofo e rettore dell’Alta scuola di Stato per la formazione di
Karlsruhe. Insegna anche all’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Laura Cervellione - il Giornale Ven, 29/03/2013
Riforme, controriforme e rapporti di forza soggiacenti
Funziona lo stesso, forse anche meglio, senza la retorica del benecomunismo [SGA].
Risvolto
Che cosa significa davvero fare le riforme? Quali rapporti di forza e costruzioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo? Esso sembra costituire, dopo la caduta del muro di Berlino, la forma istituzionale del capitalismo. I beni comuni, tuttavia, resistono contro la privatizzazione incostituzionale di ogni spazio.
Che cosa significa davvero fare le riforme? Quali rapporti di forza e costruzioni del potere accompagnano il discorso sul riformismo? Esso sembra costituire, dopo la caduta del muro di Berlino, la forma istituzionale del capitalismo. I beni comuni, tuttavia, resistono contro la privatizzazione incostituzionale di ogni spazio.
Dalla metá degli anni Ottanta, il concetto di «riformismo», ha
conosciuto una nuova primavera anche in Italia. Tutti i politici
desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili
e affidabili agli occhi della comunitá internazionale,
si devono necessariamente dichiarare «riformisti». L'utilizzo
del nuovo linguaggio riformista ha accompagnato in Italia il
piú imponente processo di dismissione del patrimonio e delle
attivitá economiche pubbliche che l'intera Europa, compresa
l'Inghilterra thatcheriana, avesse mai conosciuto in un periodo
tanto concentrato. Il riformismo è oggi un gigantesco quanto
complesso dispositivo di potere autoritario globale, che porta
alla massima estensione e concentrazione della proprietá privata
a scapito di quella pubblica. L'ideologia riformista pone il
denaro, strumento indispensabile dell'attività di consumo e di
accumulo, al centro della scala dei nostri valori sociali e promuove
il mercato come sola costituzione materiale. Per uscire
da questa miseria, occorre un ripensamento profondo fondato
sulla ricerca di nuove istituzioni del comune, capaci di superare
l'attuale strutturazione estrattiva dei rapporti proprietari
pubblici e privati. Di come render costituenti queste alternative
occorre iniziare a discutere subito.
Il significante vuoto del neoliberismo
Il mimetismo degli apprendisti stregoni del capitalismo contemporaneo Una nobilitazione linguistica per legittimare l'espropriazione della ricchezza comune
APERTURA - Michele Spanò il manifesto 2013.03.28 - 11 CULTURA
Al termine «riformismo» si potrebbe applicare la metafora del Santo
Graal: si tratta di qualcosa di inesistente cui viene tuttavia (o forse
proprio perciò) imputato un qualche potere salvifico. Richiamarsi al
riformismo, accreditarsi quali suoi interpreti e assertori più
entusiasti e ortodossi è stata la specialità di almeno un paio di
generazioni di intellettuali, economisti e politici. Il «riformismo» ha
funzionato per decenni come un vero e proprio «significante-vuoto»
(senza nessuna allure radicale): al centro di infiniti proclami e
innumerevoli programmi, elastica rubrica sotto cui destra e sinistra
potevano agevolmente stipare ogni misura e manovra, esso aiutava a
unificare e articolare il blocco sociale e intellettuale che avrebbe
dominato quella stagione neoliberale da cui ancora non siamo usciti. Un
significante-vuoto sui generis, tuttavia. Il neoliberismo esibisce
infatti il carattere di una conclamata denegazione: è proprio il
reazionario che si dirà (e dovrà dirsi) riformista.
Nel suo nuovo
volume Ugo Mattei - Contro riforme, Einaudi, pp. 120, euro 10 - si
propone di fare chiarezza su questi apparenti paradossi, smontando
l'impostura intellettuale e politica che li sostiene. Serietà politica e
igiene semantica sono gli ingredienti alla base della ricerca. E
proprio incrociando l'ascissa e l'ordinata della delucidazione
concettuale e del resoconto storico partigiano - o della genealogia, se
si preferisce - Mattei imposta la sua indagine. Non si tratta tanto di
verificare la bontà o la legittimità dell'accreditamento di un pedegree
ideologico, quasi che ci fossero i riformisti genuini, da una parte, e i
pretesi tali, da smascherare o da «rettificare», dall'altra. Al
contrario: l'impossibilità di separare il grano dal loglio in campo
riformista attesta della natura stessa di quella trappola discorsiva che
il riformismo è stato e continua a essere. Come una macchina mitologica
(ma si dovrebbe dire politico-mitologica), il riformismo ha prodotto
l'illusione - politicamente efficace - che le sue pareti contenessero
una qualche essenza o sostanza cui attingere o cui richiamarsi così da
legittimare storicamente le proprie scelte (meglio note, oggi, sotto il
nome di policies). Come insegnava Furio Jesi: stare al gioco della
macchina è quanto di più rischioso. Non resta dunque che smontarla
politicamente.
Ugo Mattei orchestra il suo saggio secondo questi due
movimenti: da un lato indica l'inconsistenza stessa della macchina;
dall'altro addita una prassi liberata dalle sue scorie. Nell'ipotesi di
Mattei il riformismo è nulla di meno che la forma istituzionale del
capitalismo. Forma istituzionale e forma ideologica, si direbbe. Se,
come ha mostrato molto bene Wendy Brown, il neoliberismo è quella
tecnica di governo che può fare a meno di istituirsi in ideologia
dominante, l'ascesa del «conservatorismo» bushista negli Stati Uniti si
lascia leggere agevolmente come il vero e proprio «sintomo» della
governamentalità neoliberale. Ma tanto più si spiega l'egemonia del
riformismo: la parola che ha «designato» - negandolo - uno dei più
importanti e massici processi di estensione e concentrazione della
proprietà privata mai registrati. Il tempo in cui con «missione di pace»
si designa la guerra è lo stesso nel quale «fare le riforme» vuol dire
saccheggiare i prodotti della cooperazione sociale per appropriarli
privatamente.
Questa macchina di captazione del valore ha una
storia; quella che Mattei ricostruisce cercando di isolare il punto di
faglia che ha permesso al «riformismo» di transitare da ideologia
compensativa dell'assolutismo giuridico moderno, cruciale in una
stagione impegnata a sfruttare tutti gli effetti sociali di un diritto
che pure portava inscritto il codice genetico dell'individuo
proprietario, a ecumenica bandiera issata ogni qualvolta si è trattato
di espropriare e recingere alcunchè di comune. Mattei muove dalla
stagione delle codificazioni per mostrare quanto combattuta e tutt'altro
che lineare fu la pretesa di una trascrizione giuridica integrale di
una pretesa antropologia proprietaria. È vero che il Code Napoléon (e
tanti suoi omologhi) sono percorsi da questo leitmotiv, ma è anche vero
che una lunga e vivace stagione «riformista» permise di inoculare un
«virus» sociale all'interno di questo sistema, spezzandone le linee di
forza ed esponendolo alla furia del contesto che lo circondava. Questa
soluzione di compromesso, che ha fatto del diritto privato e pubblico, a
partire dall'inizio dell'Ottocento, un campo di battaglia tra capitale e
lavoro, è quella stessa eredità che il riformismo neoliberale si è
impegnato a disfare.
Nessun laboratorio è più utile a verificare
questa ipotesi che quello costituzionale italiano. Mattei dedica infatti
buona parte del suo volume a una lettura «microscopica» della carta
costituzionale, ripercorrendone il fraseggio secondo l'intenzione di
restituirne la complessità di apporti e la plurivocità di letture
possibili. Anche in questo caso, e più ancora che in sede codicistica,
l'effrazione sociale di un'infrastruttura tenacemente proprietaria, era
destinata a dare esiti straordinari. Gli stessi su cui, una volta di
più, si sarebbe appuntato quello sforzo di certosino smontaggio operato
da ogni nuova «riforma». Tuttavia, nonostante la strabiliante
«decostruzione» istituzionale e giuridica che, a colpi di riformismo,
hanno subito gli assetti disegnati dalla Costituzione, Mattei ne
illumina il carattere «resistente»: interpretata come vera e propria
cassetta degli attrezzi cui attingere per far fronte all'attacco
riformista, la Costituzione è ancora una riserva di soluzioni
innovative. In questo senso, quello che Mattei propone è un laicissimo e
ragionato plaidoyer per il diritto: lontanissimo da ogni retorica
legalista, esso è piuttosto un richiamo realista alle potenzialità che
molta produzione giuridica - e quella costituzionale specialmente -
ancora possiedono. Non lettera morta (variamente strapazzata da
privatizzazioni e liberalizzazioni), ma un vero e proprio arsenale di
creatività istituzionale disponibile a generare nuovi usi e nuove
prassi. La Costituzione insomma non si esaurisce, ma, sempre di nuovo
risocializzata, si configura come matrice di nuovi processi costituenti.
Proprio
perciò Mattei può allineare, in coda al libro, una succinta, ma robusta
«teoria» di quelle che si usa chiamare istituzioni del comune. Le
occupazioni in nome dei beni comuni, le costituende fondazioni (il
Teatro Valle), la trasformazione della municipalizzata dell'acqua di
Napoli (Arin Spa) in azienda speciale di diritto pubblico (ABC Napoli),
attestano della possibilità di sperimentare concretamente l'operazione
tra tutte più rischiosa: quella di «istituire» ciò che è comune. È un
terreno senz'altro scivoloso. Tuttavia è forse proprio qui che il potere
incantatorio della macchina delle riforme può essere spezzato; senza
nostalgie, ma anche senza tentazioni redentrici: nell'immanenza di una
pratica costituente.
Anche il gulag ormai è diventato un «bene comune»Redazione - il Giornale Mar, 28/05/2013
Anche il gulag ormai è diventato un «bene comune»Redazione - il Giornale Mar, 28/05/2013
Talvolta
non basta un curriculum lungo un chilometro per evitare scivoloni. La
quarta di copertina di Contro riforme (Einaudi), nuovo saggio di Ugo
Mattei è generosa di informazioni sull'autore: professore di diritto
civile all'Università di Torino, professore di diritto comparato
all'Università della California, avvocato cassazionista, redattore dei
quesiti referendari sui beni comuni, vicepresidente della commissione
Rodotà, presidente di Arin/Abc Napoli. Il libro è un attacco alla
proprietà privata e al mercato in nome dei «beni comuni» (Mattei ha
scritto per Laterza Beni comuni, un manifesto). In un capitolo, si legge
che gran parte dell'innovazione giuridica occidentale fu stimolata
«dagli straordinari progressi» introdotti da Lenin «ottimo giurista»
nella prima parte degli anni Venti. Tra questi progressi, fecondi di
novità negli anni Trenta, c'è «la funzione rieducativa della pena». Ecco
spiegato a cosa servivano i Gulag.
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